La sfida per Renzi: il Pd modello-banchetto

#ItaliaCoraggio
Attesa al banchetto del PD "Italia coraggio!" per la visita del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a Rignano sull'Arno (Firenze), suo paese natale, 05 dicembre 2015.
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Dalla mobilitazione di questi due giorni un’indicazione su come costruire un partito che possa superare la “ditta” senza cadere nel “blog”

Il Partito democratico sta ricevendo in queste ore una carica di entusiasmo dalla mobilitazione Italia, coraggio!. Serviva, proprio nel momento in cui i sondaggi stanno dimostrando che un atteggiamento serio e responsabile sul piano internazionale e i primi segnali di ripresa economica consolidano i consensi per il governo, mentre al contempo i giornali descrivono un Pd in difficoltà sui territori, in vista delle prossime amministrative.

Proprio lì, in periferia, c’è gente che in questi giorni si è svegliata, è andata ad allestire i banchetti, ha parlato con chi si avvicinava per capire, suggerire, criticare: circa 380mila solo il primo giorno, secondo le stime dell’organizzazione. Una mobilitazione un po’ old style, apparentemente poco in sintonia con il renzismo, ma che il segretario dem ha voluto fortemente per mostrare che il partito c’è, reagisce alle sollecitazioni, ha voglia di confrontarsi. In poche parole, ci mette la faccia.

Da qui si riparte. Perché questa è la via maestra per superare tutti i dubbi e le polemiche su primarie, Statuto, formazione, classe dirigente. Se il Pd saprà trasformare ogni proprio circolo sullo stile dei banchetti di questi giorni, avrà finalmente trovato il modo per uscire dal modello “ditta” senza precipitare nel modello “blog”. La capacità di “aprire” i circoli, renderli punti di riferimento nella grande città come nel piccolo comune, fare in modo che siano identificati da tutti – e non solo dagli iscritti/militanti – come luoghi di confronto e di dialogo è la sfida che Matteo Renzi, nelle sue vesti di segretario del Pd, ha davanti.

Una sfida molto più complicata di quanto si possa pensare. Significa costruire un nuovo modello organizzativo, abbattendo le resistenze della vecchia classe dirigente, che si vedrebbe ritagliare giorno dopo giorno una fetta del potere accumulato negli anni (e talvolta nei decenni) passati, e facendone emergere una nuova solo con la forza delle idee. Non è retorica, è politica.

Più praticamente, significa che i candidati a sindaco e a consigliere comunale (ma anche via via alle regioni e in parlamento) possano essere scelti non con il bilancino tra le correnti, ma nemmeno attingendo a una società civile vissuta come esterna al partito. Significa che le primarie diventino vero terreno di confronto tra personalità che hanno partecipato a un percorso comune di costruzione di un programma, senza per questo essere necessariamente iscritti, ma essendo già in qualche modo parte di quella comunità, perché se ne è entrati a far parte partecipando alle iniziative, mobilitandosi on line, andando ai gazebo e magari aiutando anche a montarli. Significa costruire, finalmente, un partito adatto al modo in cui i cittadini vivono oggi la politica. Un partito – a scanso di equivoci – che c’è e che non si mobiliti solo in occasione del voto, che vada quindi al di là del rapporto diretto leader-elettori.

Se il Pd riesce a realizzare tutto ciò, come sembra essere nelle intenzioni di Renzi e della sua segreteria, non avrà più importanza il numero degli iscritti che sale o scende di anno in anno. La formazione sarà fatta tra pari, nascerà dal confronto, grazie al contributo che ciascuno saprà portare. La nuova classe dirigente sarà selezionata guardandosi in faccia. E al centro dovranno esserci antenne in grado di captare i segnali migliori che arrivano dalla periferia e promuoverli. Tutto questo, oggi, ancora manca. Ma i banchetti sono un buon segnale per mettere in moto la macchina.

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