La sfida è ancora aperta, se torniamo a occuparci del nostro campo

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Bandiera Pd

Il Pd deve recuperare una propria soggettività politica, slegata dal governo e dalle correnti, e ricostruire un centro-sinistra motore di cambiamento

Pur non costituendo una vera sconfitta, come giustamente osserva Renzi, bisogna tuttavia ammettere che il risultato delle amministrative è in sé per sé deludente. E che almeno un giudizio politico è possibile con tutta tranquillità darlo: il Partito della Nazione è un modello politico e culturale fallimentare.

Il Pd non è una forza politica autosufficiente e, in barba alla vocazione maggioritaria citata in conferenza stampa, l’unico risultato che ne deriva a stare così, in solitudine, con tutti e contro tutti, è l’isolamento e la solitudine stessa. Col voto anti-sistema raccolto, sistematicamente, da Movimento 5 Stelle e, in piccolissima parte, dalla Lega Nord, col centro-destra di Berlusconi tornato vigorosamente in campo, capace, laddove unito, di raccogliere in modo deciso il voto moderato, con l’elettorato di sinistra abbandonato tra l’astensione, il dissenso e la dispersione in progetti embrionali, come Sinistra italiana, la posizione del Partito democratico è quella di un navigante abbandonato in mezzo ai flutti, che la posizione governista, condita di strappi e dimostrazioni muscolari di forza, non può bastare a stabilizzare e rendere facilmente comprensibile.

Il Partito democratico non può prescindere dal centro-sinistra. Non può prescindere, cioè, dall’elaborazione di una cultura politica, di una forza politica, che coaguli attorno a sé i valori, le organizzazioni e le soggettività di questo campo. La sua stessa esistenza è legata dal confronto, costruttivo, continuo con questo mondo, che costituisce il mondo di riferimento naturale, l’interlocutore più vicino, la presenza più contigua alla propria natura e storia politica.

La dimostrazione è che laddove, almeno in piccola parte, questo collante naturale tiene e tiene pertanto la “connessione sentimentale” col proprio popolo, il Partito democratico, o meglio ancora il centro-sinistra, riesce a raggiungere risultati che sono di un certo rilievo: Milano, Torino, Cagliari.

Il Partito democratico ha bisogno del centro-sinistra per essere un progetto politico vincente e coerente con la propria storia, le proprie idee, i valori del proprio popolo. E deve sopratutto tornare ad avere una sua precisa soggettività politica, slegata dalle vicende del governo – giacché, come ogni cosa, anche questi passano – e dalle sue variabili, come ovvio che sia, maggioranze. La presenza sul territorio, l’elaborazione politica, l’idea di comunità. Un soggetto pesante in quanto pensante, in quanto collettività che discute, si confronta, dialoga col proprio ambiente culturale, col proprio popolo, con le proprie idee, passioni e valori.

Il Partito democratico non ha bisogno di essere il Partito della Nazione. Né la cassa di risonanza, o meglio dire di propaganda, del governo, per quanto possa risulta importante il sostegno alla sua azione. Essendo questi piani che spesso tanto la maggioranza del partito, quanto la minoranza del Pd tendono a confondere, focalizzandosi, come tifoserie, sulla figura molto forte del segretario e presidente del Consiglio. Bisogna tornare a parlare del partito, del centro -sinistra, del governo come fenomeni che esistono a prescindere delle mozioni congressuali di una forza politica unita, seppur nelle sue ragionevoli differenze.

È nell’unità, nel dialogo vero di entrambe le parti, nel riscoprirsi comunità all’interno e una volta da qui forza unitaria e leader nel proprio mondo rispetto a ciò sta fuori, che sta e deve stare la forza del centro-sinistra come motore propulsore del cambiamento in questo Paese. Come è avvenuto alle Europee, come è avvenuto su Mattarella.

Per questo sì, non è ancora una sconfitta. E volendo sì, la sfida è ancora aperta.

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