Il Partito è diventato una zavorra per il renzismo

Amministrative
L'attesa per i risultati delle elezioni amministrative nella sede del Partito Democratico, Roma, 05 giugno 2016. 
ANSA/ANGELO CARCONI

Gli sconfitti, in democrazia, hanno sempre torto: ma è altrettanto vero che le ragioni della sconfitta possono contenere gli ingredienti della vittoria a venire

“Un voto di cambiamento, non di protesta” così, in attesa della Direzione di venerdì, Matteo Renzi ha sintetizzato il suo giudizio sul risultato elettorale. Tutt’intorno a lui editorialisti e analisti, oppositori interni e avversari esterni si sono esercitati con entusiasmo crescente in un classico del circo politicomediatico: il necrologio del leader. Al contrario, la rivoluzione renziana è appena all’inizio: e il brusco colpo d’arresto di domenica, peraltro segnato da una miriade di fattori locali, segnala sì un appannamento a tratti vistoso della sua spinta propulsiva, ma non chiude affatto la partita. Gli sconfitti, in democrazia, hanno sempre torto: ma è altrettanto vero che le ragioni della sconfitta possono contenere gli ingredienti della vittoria a venire.

Tutto sta nel capire quali sono.

1. Calma e gesso, dunque. Il voto non è stato affatto omogeneo. La sola tendenza omogenea riguarda il M5s, che vince 19 ballottaggi su 20, ma non si è presentato in un altro centinaio di Comuni: è un risultato esaltante, ma non è (ancora) un risultato nazionale. Per di più, un elettore su due è rimasto a casa: sarebbe stato sufficiente convincere una frazione minima di astenuti per rovesciare il risultato in molte città. Che ciò non sia accaduto è parte del problema: ma, in tempi di estrema mobilità del voto, ogni scelta è rever sibile.

2. Il Fronte Popolare non è un’opzione. Un pezzo di sinistra non riesce a distogliere lo sguardo dal passato, e attribuisce l’insuccesso del Pd alla rottura a sinistra. Ma l’unità della sinistra, sperimentata ancora nel non lontano 2013, è sempre uscita sconfitta dalle urne. Pensare oggi di ricucire u n’alleanza che regolarmente fallisce dal lontano 1994 è, semplicemente, una sciocchezza. L’unità della sinistra può essere utile e qualche volta necessaria, ma non è mai sufficiente.

3. La rivoluzione renziana –innovare la sinistra per modernizzare l’Italia –si è sempre rivolta a due aree elettorali molto precise: a quella parte di elettorato moderato che in passato aveva scelto FI, e a quella parte di elettorato “antisistema”che aveva scelto il M5s. È su questo duplice fronte che si misura l’insuccesso elettorale: Renzi non ha convinto né gli elettori di Berlusconi, né quelli di Grillo. È successo invece qualcosa di diverso: l’antipolitica ha cominciato a trasformarsi in politica, la «protesta», per usare le parole del premier, in «cambiamento». Il che significa che gli italiani hanno preso molto sul serio la scommessa di Renzi, e da lui si aspettano innovazione e discontinuità anche nelle amministrazioni locali. Quando non c’è, si rivolgono, giustamente, altrove.

4. Il Pd non esiste: se esistesse, avrebbe vinto le elezioni. Esiste invece una caotica confederazione di potentati locali, ceto politico-burocratico, capibastone e capicorrente sostanzialmente privi di rapporti con la società italiana e impegnatissimi, invece, nel farsi la guerra. Il Pd è diventato la zavorra, la bad company del renzismo. Un partito che non sa fare una campagna elettorale nazionale per timore di esaltare troppo i risultati del governo, che si rifiuta di festeggiare l’abolizione della tassa sulla prima casa e preferisce nascondere nei comizi il proprio leader, non è un partito. L’unica cosa di cui non c’è bisogno oggi è la riapertura dell’ennesimo dibattito interno, ombelicale e ideologico, il cui unico risultato sarebbe l’ulteriore sprofondare del ceto politico in se stesso. La responsabilità di Renzi non sta nel non essersi occupato del Pd, ma nell’aver creduto di doversene occupare. Bisognerà prima o poi metter mano ad una nuova organizzazione, di cittadini e non di ceto politico: nel frattempo, però, togliamo il Pd dall’e quazione.

5. La rivoluzione renziana si vince o si perde sul terreno del governo, dell’innovazione, della ripartenza dell’Italia. Non c’è altro terreno di gioco, perché non c’è altra dimensione possibile per la buona politica che non sia il governo. Di questo dovrà occuparsi Renzi, senza perder tempo nel teatrino della politica e rivolgendosi direttamente, come sempre è stato nei momenti migliori, all’opinione pubblica più vasta, alle italiane e agli italiani, ai senzapartito e agli antipartito. La sfida del M5s non si vince con la demonizzazione –come tragicamente fatto con Berlusconi –ma con il primato dell’innovazione.

6. Il referendum di ottobre non è una sfida personale di Renzi ma una scelta fra innovazione e conservazione. La vittoria del Sì non sarà una vittoria di Renzi, ma del Paese che riparte. Non ci sono molti mesi a disposizione per chiarirlo: un motivo in più per concentrarsi subito sulla missione e non perder tempo con le chiacchiere, i necrologi e le autocommiserazioni

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