La scuola ha un senso se è inclusione

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Giulio, Luigi e Francesca. Il caso dei tre ragazzi esclusi dalle gite perché affetti da autismo

Èun ricordo indelebile, di quei ricordi vividi da adolescenti. A Palermo, avrò avuto tredici anni, alcuni compagni di scuola stavano organizzando una festa. Avevo ricevuto come tutti l’invito, salvo poi vedermelo ritirato perché uno degli organizzatori non gradiva la mia presenza.

Una bravata da ragazzetti acerbi, l’adolescenza ha di questi scossoni da opposizioni tra gruppetti. Però credo che tutti ricordiamo quella sensazione di impotenza per avere subito un trattamento simile, almeno una volta nella vita. Ecco, immaginate cosa possa voler dire per un adolescente autistico.

Giulio, Luigi e Francesca (riprendo il nome usato dal ministro Giannini). E una geografia della mancata inclusione diffusa: Livorno, Isernia e Legnano. Mi riferisco ai tre ragazzi, noti alle cronache degli ultimi giorni, per essere stati esclusi – accidentalmente o meno – dalle gite scolastiche della loro classe. Accidentalmente o meno, non cambia la sostanza.

Da quando sono Sottosegretario all’Istruzione non faccio che ripeterlo: abbiamo una concezione del sostegno sbagliata. Il sostegno non è al singolo ragazzo disabile, ma all’intera classe. Anzi, all’intera comunità scolastica. Includere vuol dire riconoscere una diversità e farne tesoro, accoglierla come tale, senza ghettizzare o discriminare in alcun modo. Anzi, riconoscendole il peso in termini di arricchimento di una comunità.

Perciò ribadisco: accidentalmente o meno, non cambia la sostanza. Se è senza dubbio grave che un ragazzo o una ragazza autistica vengano volontariamente messi da parte dal resto della classe per via del loro disturbo, non lo è di meno se questo avviene per una dimenticanza o per un errore di comunicazione. È fallita, in questi casi, l’inclusione così come fallisce tutte le volte in cui alcuni insegnanti di sostegno ricorrono a un corridoio quando non riescono a gestire un ragazzo o una ragazza autistica. Nessuna volontà di criminalizzare o di mettere alla gogna. Casi come quelli di Giulio, Luigi e Francesca ci ricordano perché giornate come quella del 2 aprile sono importanti.

E perché è importante che non si esauriscano in 24 ore o in una settimana: la conoscenza e la sensibilizzazione su questo disturbo richiedono un impegno costante da parte di tutta la società. Proprio per eliminare queste sacche di ipocrisia che macchiano un sistema d’istruzione, quello italiano, modello mondiale per l’inclusione scolastica. Per la prima volta abbiamo una legge ad hoc su questo disturbo, stiamo lavorando sul dopo di noi e sulla delega della legge 107/2015 relativa al sostegno: sono occasioni importanti per dotare questo Paese di strumenti di civiltà.

Per far sì che nessun ragazzo debba trovarsi ad entrare in una classe vuota, chiedendosi dove sono i suoi compagni. Per evitare l’isolamento dei genitori, in costante atteggiamento di tutela e di difesa dei figli da chi non capisce o sottovaluta il disturbo. Il Ministro Giannini è intervenuto su questi tre casi riportando l’attenzione su quanto stiamo già facendo per l’inclusione scolastica – appena oggi è stato inaugurato a Livorno uno degli Sportelli Autismo a supporto di scuole, famiglie, associazioni e territori – e richiamando a un maggiore controllo e a una maggiore prevenzione gli Uffici scolastici regionali e le singole scuole. Sui social network e nel web si è attivato un flusso di commenti e di solidarietà, scaturito da questi tre casi, spesso riassunto in hashtag come #iosonoGiulio. Io non sono Giulio. Come non sono Luigi, né Francesca. Ma voglio per loro lo stesso rispetto, la stessa possibilità di scelta, che possono avere i loro compagni di classe.

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