La sconfitta più dura che azzera il Pd romano

Amministrative
La piazza del Campidoglio nel giorno delle decadenza della Giunta guidata da Ignazio Marino con le dimissioni di 26 consiglieri. Roma, 30 ottobre 2015.
ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

L’impresa era di quelle impossibili: rimontare una sconfitta già scritta dalla caduta di Ignazio Marino

 

Inutile cercare scuse. Il risultato di Roma per il Pd è uno schiaffo violento. Neppure la sconfitta contro Alemanno nel 2008 era stata così dura. Virginia Raggi ha stravinto, schiantando il Pd, malgrado Roberto Giachetti abbia combattuto con straordinario coraggio. Che Roma fosse persa era una facile previsione e va dato atto al candidato democratico di aver accettato una sfida che avrebbe fatto tremare chiunque. La sconfitta brucia, è una ferita aperta nel corpo del Pd che Roberto Giachetti non è riuscito a sanare, malgrado un impegno generoso e serio.

L’impresa era di quelle impossibili: rimontare una sconfitta già scritta dalla caduta di Ignazio Marino. Malgrado il sindaco non c’entrasse nulla con Mafia Capitale, il coinvolgimento di numerosi esponenti del Pd nella melma romana ha costruito una narrazione devastante cui si è aggiunta la perdita di un rapporto con la città e l’incapacità di frenare un degrado che pesa sulla vita quotidiana dei romani . Il Pd è apparso come il principale responsabile di tutto questo e la vigorosa azione di rinnovamento intrapresa non è riuscita a convincere gli elettori. Per troppo tempo il partito democratico romano è stato percepito come un coacervo di microcorrenti e capi bastone interessati solo alla sopravvivenza dei loro spazi di potere.

E la giunta Marino non è stata in grado di creare un rapporto empatico con la sofferenza dei cittadini. Il modo in cui è caduta ha inoltre tracciato un solco tra i democratici. L’elettorato romano era assetato di discontinuità, senza guardare né alla qualità dei candidati, né all’idea che proponevano di Roma. Era il terreno perfetto per la rappresentazione di cui il M5S ha bisogno per crescere: da una parte loro, i puri, gli onesti, dall’altro la casta, una classe politica percepita dai cittadini distante dalla loro vita quotidiana, un’oligarchia che parla solo a sé stessa.

Un voto contro, che va rispettato e compreso, perché esprime un disagio reale, alimentato da una crisi economica che ha picchiato duro sulle periferie abbandonate e dal disincanto che colpisce i cosiddetti ceti medi riflessivi. E che riflette una tendenza non solo italiana. Non più una contrapposizione tra blocchi sociali e coalizioni politiche, ma una opposizione del basso verso l’alto. In questo senso il voto romano è un segnale d’allarme generale: il Pd è apparso non come la soluzione, ma il problema. Per tornare a interpretare il cambiamento, come era avvenuto nelle elezioni europee anche a Roma, servono un bagno di umiltà e una scossa nel partito. Il Pd a Roma deve rinascere, promuovendo energie nuove e non compromesse e reimmergendosi in una metropoli mai così divisa, incattivita, impaurita, segnata da diseguaglianze enormi.

Virginia Raggi ha stravinto e sarà legittimamente lei a guidare Roma. La logica del ballottaggio va accettata perché così funziona la democrazia, ma ad eleggerla è stato poco più di un terzo degli elettori. Segno che la maggioranza dei cittadini guarda con distacco al Palazzo del Campidoglio, nel quale ora la sindaca entra accompagnata dalle note di una marcia trionfale ma, finiti i festeggiamenti, dovrà fare i conti con problemi enormi.

Le confuse promesse della campagna elettorale dovranno ora misurarsi con la realtà dei fatti: un peso del debito che strozza le risorse disponibili, una macchina amministrativa mastodontica e incapace di attuare gli indirizzi politici della giunta, le aziende pubbliche prigioniere di patti scellerati con le corporazioni. Beppe Grillo aveva tuonato prefigurando interventi radicali, tali da sollevare la protesta degli interessi colpiti.

La Raggi, in campagna elettorale, li ha invece rassicurati. E ne ha tratto un grande vantaggio: sarà interessante vedere come farà a conciliare queste due cose. E poi ci sarebbero da cogliere occasioni di attrazione di investimenti, ma il nuovo sindaco ha detto no a tutto. Al nuovo stadio della Roma, come alle Olimpiadi. Nessun cittadino può tifare per il male della propria città, ma le prove fornite dai pentastellati dove governano sono deludenti. A Roma servirebbe una nuova classe dirigente non solo onesta, ma anche competente.

La Raggi potrebbe stupirci, ma temiamo che non sarà così. Se volesse farlo potrebbe fare una cosa semplice e chiara: disdettare il contratto sottoscritto con la ditta Casaleggio che affida a Grillo e a un fantomatico staff le principali scelte sia riguardo agli assessori che alle strategie di governo. Restiamo in fiduciosa attesa.

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