La scientifica ignoranza che aleggia sul quesito referendario

I Pinocchi del No
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La vicenda del quesito referendario è kafkiana e fa parte di quelle invenzioni che in questa lunga campagna spesso mi spiazzano. Letteralmente: perché si tratta di “questioni” inesistenti, inventate di sana pianta, con scientifica ignoranza

M’ero cominciato a preoccupare: sta a vedere che questa rubrica si finisce per carenza di spunti. Errore. Sottovalutazione della capacità del campo del no di inventarsi pretesti per attaccare a testa bassa. La vicenda del quesito referendario è kafkiana e fa parte di quelle invenzioni che in questa lunga campagna spesso mi spiazzano. Letteralmente: perché si tratta di “questioni” inesistenti, inventate di sana pianta, con scientifica ignoranza del dato positivo, senza il benché minimo aggancio con quanto prevede l’ordinamento costituzionale vigente, o addirittura in diretto contrasto con esso, quasi vivessimo in una sorta di vuoto giuridico.

È la manifestazione di quella che gli anglosassoni (specie dopo Brexit) si son messi a chiamare la società post factual (o addirittura post truth): un mondo in cui si può dire tutto e il contrario di tutto senza alcun nesso con la realtà (o in spregio di essa). Per cui un Trump spara che dietro l’Isis c’è Obama oppure un Farage vende alla gente che se il Regno Unito esce dall’Ue si risparmiano milioni di euro da spendere per la sanità. E a poco serve il c.d. fact checking, cioè la indipendente verifica giornalistica delle cose dette e non dette: anche perché si può controllare quel che dicono i leader principali ma non miriadi di persone capaci di inventarsi di tutto. Come la balla secondo la quale il Governo avrebbe ridotto la portata del terremoto per misteriosi fini di risparmio! Il guaio è che opinioni pubbliche sfiduciate e incattivite si bevono qualsiasi sciocchezza utile a confermare i propri giudizi e soprattutto pre-giudizi.

Ma torniamo al quesito referendario. Improvvisamente, di colpo, a fine settembre quasi fosse una rivelazione o una novità, esponenti del campo del NO leggono il testo del quesito referendario. Quesito, si badi bene, che (1) avrebbero dovuto conoscere visto che su di esso hanno tentato invano di raccogliere le firme di 500.000 cittadini per il referendum dal basso (si leggano i loro moduli!); (2) avrebbero potuto (oserei scrivere: dovuto) leggersi la legge 352 che da quarantasei anni (è del 1970), disciplina la materia senza che nessuno avesse da ridire.

All’art. 16 di questa legge si legge: “il quesito da sottoporre a referendum consiste nella formula seguente” e contiene due formule alternative, entrambe testualmente riportate. O “Approvate il testo della legge di revisione dell’articolo… (o degli articoli…) della Costituzione concernente… (o concernenti…)” oppure “Approvate il testo della legge costituzionale… concernente… approvato dal Parlamento e pubblicato nella G.U. del…?” (cioè il titolo). Ebbene tutti possiamo controllare il testo della G.U. del 15 aprile 2016 e verificare cosa c’è scritto: ovvero “come si chiama” la legge di revisione costituzionale sulla quale i cittadini son chiamati a pronunciarsi.

Insomma, non esisteva e non è mai esistito il benché minimo margine di equivoco o di discrezionalità. Nemmeno domineddio poteva intervenire, cambiare, modificare quel quesito per influenzare, pro o contro, i cittadini. E invece no, d’improvviso cinque mesi dopo la pubblicazione in Gazzetta, tre mesi dopo l’avvio della raccolta delle firme, un mese e mezzo dopo il via libera della Cassazione (con tanto di quesito) ci si inventa che qualcuno lo avrebbe individuato per condizionare l’elettore. . . Passi fosse il Travaglio o il Brunetta o il Quagliariello di turno. No: fior di professori giuristi la cui competenza è spesa ogni giorno per dire peste e corna della riforma. Guido Calvi: «credo che il testo sia profondamente segnato a favore del Sì… Sono piccole spie di debolezza e di difficoltà del fronte del sì…» (CorSera, 27 settembre). Luigi Ferrajoli: i quesiti… sono chiaramente, lo riconoscono tutti, una truffa, uno spot a favore del sì, in grado di compromettere l’autenticità del voto… Siamo di fronte a un condizionamento premeditato dell’esercizio della sovranità…» (Fatto, 27 settembre). Il mio amico Gaetano Azzariti (Manifesto, pari data) con più raffinatezza accredita anche lui l’idea di un quesito ingannevole: e che sarebbe stato giuridicamente immaginabile scriverlo in qualsiasi modo diverso (magari chiedendo al Comitato del NO di riformularlo a suo uso e consumo?). Forse non ha letto bene (o tutto) l’art. 16 sopra citato che è chiarissimo. Perfino un contraddittore equilibrato come De Siervo parla di “trappolone” che sarebbe stato predisposto dai proponenti la riforma (Mattino, 26 settembre) e giudica «gravemente scorretto che si sia messo un titolo di quel tipo sulla legge».

Aspetti tecnico giuridici a parte, sui quali, ripeto, non ci può essere discussione, nel merito ricordiamo tutti le geremiadi ad ogni tornata referendaria sui quesiti incomprensibili (quelli fatti solo di riferimenti normativi, articoli, commi e numeri di leggi di cui nessuno capisce effettivamente nulla); ebbene, mi si spiega cosa c’è di ingannevole nel titolo della riforma? Recita così: «disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario» (bello o brutto che sia: è o non è “superamento del bicameralismo paritario”?), «la riduzione del numero dei parlamentari» (sufficiente o no, opportuna o no: è o non è “riduzione del numero dei parlamentari”, di 220 unità per la precisione?), «il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni» (che siano i 57 milioni di cui dice il NO o i circa 500 di cui dice il SI: è o non è “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”?), «la soppressione del CNEL» (c’è o non c’è questa soppressione?) e infine disposizioni «per la revisione del titolo V parte II della Costituzione» (bene o male: è o non è revisionato il Titolo V?).

Giudichi il lettore. C’è da esserne sconfortati. E io un po’ lo sono: come diavolo è che non riusciamo a discutere fra noi con passione ma senza bruciare la possibilità stessa di condividere un qualsiasi comun denominatore? Soprattutto quel comun denominatore che si chiama diritto positivo, ordinamento giuridico (pacificamente) vigente? Perché specie noi giuristi dobbiamo sempre dar l’impressione che col diritto si può fare qualsiasi giochetto e far dire alle stesse parole tutto e il suo contrario?

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