La scelta migliore per Fassina: accordarsi con Giachetti

Roma
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Qualora il suo ricorso fosse respinto, a Roma Sel e Si sarebbero dinnanzi a una scelta molto difficile

Vedremo nei prossimi giorni se il ricorso di Stefano Fassina contro l’esclusione da parte della commissione elettorale delle sue liste dalla competizione per la guida del Campidoglio verrà accolta. Se ciò non avvenisse il candidato della sinistra radicale sarebbe fuori dalla corsa, perché non avrebbe alcuna lista su cui appoggiare la sua candidatura, come prescrive la legge. Secondo la commissione elettorale, infatti, ci sono stati errori sia nella presentazione delle due liste per il Campidoglio, sia in quelle per i Municipi.

Non sta a noi giudicare né se la decisione della Commissione elettorale sia giusta, né se sia fondato il ricorso presentato dal candidato escluso. È tuttavia del tutto evidente che, qualora il suo ricorso fosse respinto, a Roma Sel e Si sarebbero dinnanzi a una scelta molto difficile: astenersi da qualsiasi indicazione di voto; schierarsi con la candidata dei Cinque Stelle, Virgina Raggi; appoggiare il candidato del Pd, Roberto Giachetti. Sarà una discussione difficile, che va seguita con attenzione, sia perché Stefano Fassina è una persona che merita rispetto, sia perché non è semplice per nessuna forza politica cambiare le proprie decisioni per una “causa di forza maggiore”.

Possiamo però immaginare i tre scenari.

In caso di astensione, la sinistra radicale resterebbe afona nella più importante partita delle prossime elezioni amministrative e questa sarebbe una vera e propria catastrofe politica e comunicativa.

Se decidesse di appoggiare Virginia Raggi, in nome né di una storia né di una convergenza sui programmi (dal momento che il M5S rifiuta le alleanze), ma solo di una ostilità politica nazionale al governo Renzi e alle sue scelte, consegnerebbe il suo elettorato a Grillo, aprendo una voragine dai riflessi politici generali.

Certo, la terza scelta, quella di proporre un accordo politico a Roberto Giachetti, non sarebbe indolore, perché scontenterebbe l’ala dei duri e puri, ma sarebbe, lo dico sommessamente, la più razionale.

Intanto, perché, qualora si realizzasse e Giachetti arrivasse al ballottaggio, per quello che dicono i sondaggi, la sinistra radicale potrebbe rivendicare, a ragione, di essere stata determinante.

Poi, perché non sarebbe una scelta così isolata: a Milano, come a Cagliari, la sinistra radicale, nella sua grande maggioranza, ha scelto di privilegiare i programmi e la visione della città rispetto allo scenario politico nazionale.

Infine, a Roma, malgrado le lacerazioni che si sono create nell’ultima fase della giunta Marino, esiste un tessuto di idee, di uomini e donne, di buone pratiche, che si è sviluppato in un’esperienza comune lunga almeno due decenni. A Roma la sinistra radicale ha partecipato al ciclo di governo del centrosinistra e infine ha espresso il vicesindaco Luigi Nieri nella giunta di Ignazio Marino. Tutto questo rimane nel comune sentire del popolo della sinistra di Roma. E certo il profilo di Roberto Giachetti, il suo ruolo nel ciclo del riformismo romano e il suo storico impegno per le battaglie dei diritti civili, potrebbe aiutare.

Nessuno deve o può chiedere abiure, né si possono nascondere i dissensi. Ma la politica non si fa con gli stati d’animo e con le ripicche. Di fronte a una situazione nuova e imprevista la politica richiede fantasia e generosità. Da una parte e dall’altra. C’è lo spazio per una discussione vera, che coinvolga il popolo del centrosinistra romano. Il caso potrebbe offrire l’opportunità di riannodare i fili di un dialogo. Perché non provarci?

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