La rottamazione è stata necessaria, ma ora serve un partito

Pd
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi interviene durante gli "Stati generali sui cambiamenti climatici e la difesa del territorio" nell'aula dei gruppi parlamentari della Camera, Roma, 22 giugno 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

L’azione di Renzi è servita a portare la sinistra italiana fuori dalla Prima repubblica. Ma sul tempo lungo potrebbe pagare l’assenza di organizzazione

Comprendere un fenomeno politico implica prendere innanzitutto in considerazione il contesto di riferimento. Ogni considerazione e valutazione del renzismo che non tenga conto del tramonto, della crisi o quanto meno della metamorfosi profonda dei partiti di massa, è destinata a non comprendere o fraintendere il fenomeno. Nel caso del suo partito, il Pd, nessuna fase ha mostrato meglio la fine del partito di massa strutturato quanto quella della segretaria Bersani.

In Italia, la cosiddetta Seconda repubblica ha mostrato, con ritardo ma con particolare virulenza, tendenze già presenti in altri contesti occidentali: personalizzazione, mediatizzazione, spettacolarizzazione della contesa politica. Una democrazia del pubblico che non necessariamente deve essere denunciata come postdemocrazia. In questo contesto, l’incapacità della sinistra di cogliere il tempo nuovo e dunque di rinnovare il suo apparato categoriale nonché la sua classe dirigente è apparsa evidente.

Renzi è arrivato alla segreteria di quello che era già un non-partito (se paragonato ai partiti di massa) e al governo in una situazione di sostanziale vuoto politico, di assenza di prospettive tanto a sinistra quanto a destra, dopo la sconfitta di Bersani e il logoramento di Berlusconi. E ha sfruttato abilmente l’occasione – come direbbe Machiavelli – per strutturare un suo progetto politico basato su tre caratteristiche fondamentali.

In primo luogo, Renzi ha saputo cogliere e almeno apparentemente soddisfare la voglia di partecipazione politica degli italiani. Un’istanza che non si esprime più nell’iscrizione ai partiti, ma che si manifesta in una ritrovata capacità di esprimere la propria posizione sui temi del dibattito pubblico attraverso le nuove piattaforme digitali e nella massiccia partecipazione alle primarie. Che forse sono servite spesso per operazione di facciata da parte della leadership ma che, nei numeri, hanno sempre indicato una richiesta di partecipazione. Infine, anche il modello Leopolda funziona per mostrare una (quantomeno presunta) sintonizzazione tra leadership partitica e cittadinanza.

In secondo luogo, Renzi ha puntato sull’opposizione netta tra il proprio corpo, giovane, dinamico, volitivo e l’establishment grigia e inamovibile del Pd. Se da un lato la rottamazione può aver condensato un nuovismo vuoto come ideologia del tempo presente, dall’altro ha mostrato come i meccanismi di cooptazione (indirizzati a premiare i più fedeli piuttosto che i più capaci) siano solo uno dei possibili modelli di selezione della classe dirigente.

Del resto – e questa è la terza caratteristica fondamentale del renzismo – il leader si è sempre rivolto direttamente al popolo, costruendo un rapporto di identificazione tra la sua figura carismatica e i suoi follower, utilizzando piattaforme mediali utili a disintermediare i rapporti, a scavalcare le mediazioni tanto partitiche quanto giornalistiche. Di fatto, Renzi più che rottamare dirigenti antiquati, ha finito per rottamare l’idea stessa di partito (non solo di massa) e in generale di corpo intermedio. Questo sia a livello di identità politica, puntando su un consenso trasversale proprio di un partito pigliatutto, sia a livello di organizzazione, sostanzialmente trascurata sui territori e affidata a due vice-segretari.

Sul tempo breve di un’elezione tutto ciò potrebbe non ripercuotersi negativamente sulla tenuta della leadership di Renzi. Sul tempo lungo, invece, l’assenza di un partito, naturalmente adeguato alla società contemporanea e dunque non più centrato sulle ideologie e sulle forme organizzative della società di massa, potrebbe rivelarsi il vero tallone d’Achille del novello piè veloce.

 

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