La Roma del dialogo interreligioso nel fuoco elettorale

Tiber
Pope Francis with Rabbi Riccardo Di Segni (L) during his visit to the Great Synagogue of Rome, Sunday, Jan. 17, 2016. ANSA/ OSSERVATORE ROMANO PRESS OFFICE ++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING ++

È bene che la politica sappia guardare anche oltre i problemi di una città ripiegata su se stessa e dare corpo e forma a quell’impasto di diversità che descrive nei fatti nuove forme di cittadinanza

Roma capitale delle tre grandi religioni del Libro: forse in pochi in questi giorni di campagna elettorale guardano alla città sotto questa luce, ma Roma, silenziosamente e senza che in molti ci facciano caso, è anche – e in modo determinante – questo. Giovanni Paolo II che incontra nel Tempio Maggiore il rabbino capo Elio Toaff – per la prima volta nella storia era il 1986 – Benedetto XVI e Papa Francesco con il rabbino Riccardo Di Segni e, per volgere lo sguardo solo alle ultime settimane, il papa argentino che riceve in Vaticano il leader sciita iraniano Hassan Rouhani o il grande imam di Al Azhar – la prestigiosa istituzione culturale sunnita con sede al Cairo – Ahmed al Tayeb. Due colloqui che hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica di tutto il mondo.

Non è poco negli anni in cui forze di destra e fondamentaliste, soffiano sul fuoco dello scontro di civiltà, mentre i timori per l’incombere di migrazioni drammatiche, prevalgano sulla volontà di costruire nuove forme di cittadinanza e convivenza, di dialogo e collaborazione fra popoli e fedi diverse. Eppure i simboli parlano chiaro: la cupola di San Pietro, la sinagoga che si affaccia su lungo Tevere, la più grande moschea d’Europa alle pendici dei Parioli. Si dirà che molte città europee vantano presenze analoghe in fatto di templi, e contengono anzi comunità più articolate e complesse appartenenti a diverse tradizioni religiose. Ma per alcuni aspetti fondamentali – alcuni appena ricordati – Roma rappresenta un unicum e anzi un modello di convivenza civile oltre che di crogiolo politico e diplomatico.

In primo luogo per la presenza della sede di Pietro, il centro della cristianità, che pervade poi ogni strada e ogni piazza; Roma è però anche sede della più antica comunità ebraica d’Europa, la presenza degli ebrei risale a un’epoca precedente a quella cristiana. La comparsa della grande moschea voluta dall’Arabia Saudita e da altri Paesi arabi – come ha ricordato di recente il suo architetto Paolo Portoghesi – è più recente: la costruzione prese il via nel 1984 – alla presenza del presidente Sandro Pertini – e l’inaugurazione risale al 1995. Perché Roma, si tende a dimenticarlo, è la capitale europea del Mediterraneo; la modernità dell’economia petrolifera, dei conflitti in Medio Oriente e delle rivoluzioni arabe, ha incontrato fin dall’inizio la città eterna.

La centralità diplomatica e politica di Roma assume dunque connotati caratteristici e non ripetibili in ragione del suo essere doppia capitale, religiosa e laica, del piccolo stato vaticano e dell’Italia.

In questo senso il modello concordatario – pur nell’usura del tempo che richiede verifiche e aggiornamenti – è diventato strumento e modello: è la laicità dello Stato che contiene in sé il Vaticano e ha permesso a quest’ultimo – cioè alla Chiesa – di ritrovare un cammino. Benedetto XVI ha definito una benedizione la fine del potere temporale della Chiesa.

D’altro canto non è un caso se, quando nel 1870 i cannoni del generale Raffaele Cadorna furono puntati verso le mura della città eterna, ad impartire l’ordine di aprire il fuoco fu un capitano d’artiglieria di fede ebraica, Giacomo Segre, forse per evitare la scomunica annunciata da Pio IX nei confronti degli ufficiali che avessero comandato l’attacco. O forse per un ultimo sgarbo al potere papalino. Il compimento dell’unità d’Italia sancì la piena cittadinanza per tutti, per gli ebrei fu la fine dei ghetti e delle discriminazioni, sarebbero poi giunti altri tempi oscuri. Intorno al 1904 sorse comunque la sinagoga di Roma, storia religiosa e storia laica e civile dunque s’intrecciano e si combinano in un succedersi di eventi. Sarà poi il Vaticano II a chiudere in modo definitivo la stagione dell’antisemitismo nella Chiesa e ad aprire la possibilità del dialogo con le altre religioni a cominciare da ebraismo e islam. Quel Concilio, considerato il più grande evento religioso del ‘900, pure si tenne nelle gli anni ’60 a Roma, cioè in Vaticano.

È allora in questa città che – fra Quirinale e Palazzi apostolici, fra Farnesina e Segreteria di Stato d’Oltretevere – e ancora fra diplomazia e periferie abitate da nuove comunità di immigrati, credenti di fedi diverse, antiche presenze ebraiche, esperienze ecclesiali contemporanee, dalla Caritas di don Luigi Di Liegro, alla Comunità di Sant’Egidio di Trastevere – sono state scritte pagine inedite di convivenza, dialogo e solidarietà.

E se le buche, il traffico, i cassonetti pieni, le auto in doppia fila, sono al centro di una campagna elettorale che racconta di una città ripiegata su sé stessa e alla ricerca di un “primum vivere” almeno decente, è bene che la politica sappia guardare anche oltre. E in particolare a quell’impasto di diversità e di storie che descrive nei fatti nuove la ricerca di nuove forme di cittadinanza; compito della politica sarà dare corpo e forma a questo mondo in trasformazione. Magari con un occhio a quel Giubileo della misericordia promosso dal Papa al cui centro Francesco ha posto gli scartati, i poveri, gli ultimi, i periferici e le periferie con i loro abitanti, soggetti a pieno titolo della storia.

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