La rivincita del popolo (leggere Gramsci per capire)

Il Sanremone
Australian actress Nicole Kidman and Italian show host Carlo Conti gesture on stage during the Sanremo Italian Song Festival at the Ariston theater in Sanremo, Italy, 10 February 2016. The 66th Festival della Canzone Italiana runs from 09 to 13 February. ANSA/ETTORE FERRARI

Ieri sera 10 milioni e mezzo di spettatori, più dell’anno scorso

Il Festival di Sanremo – così banalotto, così scontato, così mediocre, così privo di fantasia, così inutile e insulso secondo la generalità dei commentatori – sfiora nella sua seconda serata il 50% di share, con 10 milioni 748mila spettatori: 700mila spettatori e otto punti in più rispetto all’anno scorso.

Per trovare un risultato migliore – la seconda serata del Festival subisce di norma un calo fisiologico rispetto al debutto – bisogna risalire a Paolo Bonolis, undici anni fa, che sfiorò il 53% grazie anche alla presenza di Mike Tyson.

“Com’è possibile che così tante persone seguano un programma così ordinario? – si chiede Aldo Grasso sul Corriere di oggi – Sanremo è il nostro Super Bowl? E’ la nostra vera Festa Nazionale?”. Il principe dei critici televisivi rovescia l’adagio che vuole Sanremo specchio del Paese per sostenere che “semmai è vero il contrario: il Paese è lo specchio di Sanremo. Sanremo è semplicemente quello che ci meritiamo”.

La divaricazione fra intellettuali e popolo è un’antica costante italiana, su cui tra gli altri Antonio Gramsci scrisse pagine acute e tuttora attuali: “L’errore dell’intellettuale – si legge nel Quaderno XVIII – consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere), cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica […]; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio”.

Il punto dunque non è se Sanremo sia o meno un programma “ordinario” o straordinario, insulso o intelligente, e neppure quanto rappresenti più o meno fedelmente i sentimenti profondi del Paese reale.

La “connessione sentimentale” fra Sanremo e gli italiani – testimoniata naturalmente dagli ascolti, ma anche e forse soprattutto dalla pervasività mediatica, sociale e persino antropologica dell’evento, che occupa fino alla saturazione lo spazio pubblico – è semmai il dato da cui partire, la nuda realtà del fenomeno, il fatto oggettivo di cui rendere conto.

E’ la televisione che precede, accerchia e segue Sanremo ad essere invece artificiosa e artefatta, indipendentemente dalla sua (variabile) qualità: perché mette in scena ogni giorno e ogni ora un’Italia di fenomeni da baraccone, di politici urlanti, di dibattiti autoreferenziali.

Ci stupiamo di Sanremo (e del suo successo) perché la televisione ha fabbricato una realtà alternativa ma virtuale, ossessivamente presente ma sideralmente lontana dalle “passioni elementari del popolo”. Il quale popolo, una volta l’anno, si prende la sua meritata rivincita.

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