La riforma migliora il nostro regionalismo

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La riforma riporta allo Stato la responsabilità di definire un quadro omogeneo di diritti da rispettare e politiche da attuare

Giovedì mattina ho partecipato alla presentazione dell’Appello Giuslavoristi per il sì, un documento promosso da Tiziano Treu e molti altri docenti ed esperti di politiche del lavoro, relazioni industriali, welfare.

Trovo il documento di grande valore perché sottolinea come sia importante, per rispondere alle difficoltà e alle esigenze del Paese reale, avere una politica unitaria nazionale sui temi del lavoro e previdenziali.

Parliamo di temi di merito della riforma che purtroppo sono entrati poco nel dibattito referendario, ma che sono invece fondamentali per le persone, visto che riguardano la vita di tutti i giorni.

Le novità introdotte dalla riforma al Titolo V, ridefinendo le competenze esclusive tra Stato e Regioni, fanno sì che i diritti in questi ambiti siano effettivamente garantiti a tutte e tutti, in qualsiasi parte del territorio si abiti.

Diritti – è bene ribadirlo – che sono sanciti nella prima parte della Costituzione e che hanno bisogno di strumenti nazionali per essere realmente goduti. Il tema non è quindi se la riforma fa aumentare o diminuire i diritti, che restano quelli indicati dai Padri e dalle Madri costituenti. Quello che cambia e migliora sono le modalità e gli strumenti con cui i diritti si realizzano ed esercitano.

La riforma dell’art 117, ridefinendo i rapporti tra Stato e Regioni, supera la frammentazione di competenze normative che indebolisce l’esercizio dei diritti del lavoro. L’attuale assetto, che attribuisce queste competenze alle Regioni, ha infatti prodotto una situazione in cui regole e politiche attive, politiche di sostegno e sociali sono diverse da regione a regione.

La riforma invece riporta allo Stato la responsabilità di definire un quadro omogeneo di diritti da rispettare e politiche da attuare, lasciando alle Regioni uno spazio di autonomia, ma dentro una cornice unitaria che garantisca uguaglianza effettiva.

Non possiamo infatti rinunciare a definire sul piano nazionale scelte e obiettivi di politiche attive del lavoro, politiche sociali e previdenza – su questo ultimo punto è importante anche il fatto che la riforma unifichi in un unico assetto regolatorio anche la previdenza integrativa, che ormai è parte essenziale del sistema.

Strategie unitarie su questi temi permettono anche al Paese di essere più competitivo nello scenario globale, e di esercitare un ruolo più forte e autorevole in Europa.

Un altro strumento per garantire l’uguaglianza è nelle modifiche all’art. 119, che prevedono l’inserimento in Costituzione dei principi di fabbisogni e costi standard. Questo facilita l’equa distribuzione delle risorse, superando le diversità di efficienza delle Regioni, che con la riforma avranno competenze chiare e risorse necessarie.

La riforma, allora, migliora il nostro regionalismo, con responsabilità chiare per ciascun ente e spazi di collaborazione e sinergia. Il fatto poi che nel nuovo Senato, se vince il sì, Regioni e territori saranno rappresentati permetterà loro di partecipare alle scelte e non più di ritrovarsi schiacciati tra funzioni e assenza di risorse.

Le dinamiche istituzionali e le politiche adottate saranno così più efficienti e meglio in grado di fare l’interesse di lavoratrici e lavoratori, di cittadine e cittadini.

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