La riforma, le Regioni e i benefici per le politiche pubbliche

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Se riusciremo a cambiare le politiche pubbliche e a renderle efficaci, allora migliorerà anche la classe politica

La discussione intorno alla riforma costituzionale gira intorno ad aspetti che i politologi chiamano di “politics”, cioè all’ordinamento dello stato e alla regolazione dei poteri. Su questo campo si fronteggiano due posizioni fondamentali, una legata ad un’idea di democrazia basata sulla rappresentanza dei partiti (legge proporzionale) e sulla loro autonomia parlamentare (bicameralismo paritario, ampie coalizioni parlamentari, frequente possibilità di defenestrazione dei governi), l’altra che, assieme al valore della rappresentanza in parlamento, considera prioritario creare le condizioni che permettano ai governi di decidere e agire.

É come se la prima idea di democrazia rispondesse ad un’etica della convinzione, la realtà si deve adattare ai miei principi; la seconda idea invece, insieme a un’etica basata sui principi, si pone anche il problema degli effetti, di entrare nel campo dell’efficacia delle politiche pubbliche (public policy).

Se spostassimo su questo piano la discussione, ci potremmo accorgere, ad esempio, che nel 2000 i ricorsi in Corte costituzionale tra stato e regioni rappresentavano il 5,9% del totale e nel 2015 sono il 40,94% (nel 2012 erano arrivati addirittura al 47,46%). Tra le sentenze della Corte in campo sociale si può ricordare la 370 del 2003 vinta dalle regioni contro l’istituzione, da parte dello stato, del fondo per gli asili nido, oppure la n. 423 del 2004 che, allo stesso modo, dichiara incostituzionale il fondo nazionale per le politiche sociali. Con la riforma questa materia ritorna allo stato. Dopo tanto impegno, e per altra strada, la conferenza unificata stato regioni ha stanziato, nel 2007, 500 milioni relativi al piano straordinario per lo sviluppo dei servizi socio educativi per la prima infanzia. Purtroppo buona parte delle regioni non sono state in grado di utilizzare i finanziamenti che sono rimasti inutilizzati.

Se pensiamo alle politiche del lavoro ad oggi esiste una contraddizione irrisolvibile tra l’erogazione dei sussidi da parte dell’INPS e le politiche attive e i centri per l’impiego che sono gestiti dalle regioni (prima dalle province). Con la riforma della Costituzione potrà essere realizzata una gestione unitaria con l’obiettivo di far ritrovare il lavoro a chi lo ha perso e quindi ridurre i sussidi.

Il commercio estero e il turismo tornano ad essere una materia esclusiva dello stato, questo permetterà di coordinare meglio le azioni con la politica estera nazionale ed eviterà l’autopromozione delle singole regioni con i relativi uffici o stand in giro per il mondo.

La rete di trasporto elettrico tra la Sicilia e la Calabria ha visto passare 10 anni prima di essere realizzata e ha richiesto 80 autorizzazioni. Quando è entrata in operatività ha comportato un risparmio di 600 milioni di euro in un anno. Riportare le competenze allo stato significa velocizzare le procedure e pianificare centralmente le politiche energetiche, ma anche dei trasporti.

Inutili doppioni si riproducono nella raccolta informatica dei dati e sulle relative infrastrutture. La frammentazione delle politiche regionali e degli enti locali ha portato la spesa in questo settore a 5,5 miliardi. Un coordinamento centrale può permettere all’agenzia per l’Italia digitale (AGID) una riduzione delle piattaforme informatiche, dei call center, una migliore integrazione dei dati e anche una maggiore sicurezza degli stessi, con risparmi di alcune centinaia di milioni di euro.

Le infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale, con la competenza esclusiva dello stato, potranno superare più velocemente veti locali o regionali e anche definire le priorità, anche accorpando, se necessario, sistemi portuali e aeroportuali.

L’eliminazione delle province dalla Costituzione permettere di definire una nuova governace isituzionale coordinata dalle regioni e basata sulle gestioni associate dei servizi, la promozione delle unioni dei comuni e delle fusioni.

Ci sono molte ragioni sostanziali, legate alle politiche pubbliche più che agli interessi della politica, per sostenere la necessità della riforma costituzionale.

A chi dice, come il presidente emerito della Corte Gustavo Zagrebelsky, che non va riformata la Costituzione, ma la classe politica, andrebbe contrapposto il pensiero di un grande politologo americano, Theodore J. Lowi, secondo il quale sono le politiche pubbliche che determinano la politica, i contenuti delle politiche determinano il modo nel quale si fa politica in uno stato. Insomma se riusciremo a cambiare le politiche pubbliche e a renderle efficaci, allora migliorerà anche la classe politica.

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