La ricostruzione della politica

Amministrative
Insediamento dei seggi a Napoli per l'elezione della consiglio e del presidente della Regione Campania, 30 maggio 2015.
ANSA/CIRO FUSCO

Non mi sembra che ci sia consapevolezza del significato più profondo del voto amministrativo delle grandi città

La differenza tra le primarie delle grandi città metropolitane in cui si voterà a primavera, evidenzia problemi gravi della vita del paese. A Milano, per dirla in breve, le primarie hanno confermato la loro relativa validità per la mobilitazione civica e la selezione dei candidati a sindaco. Non è stato così a Napoli e a Roma. Spero di ridurre la sommarietà di questo confronto nel corso dell’articolo; prima però vorrei soffermarmi sul modo in cui questi appuntamenti vengono vissuti, raccontati e commentati dai media. Non mi sembra che ci sia consapevolezza del significato più profondo del voto amministrativo delle grandi città in un paese policentrico e sempre più diviso fra centro-nord e centro-sud come l’Italia. All’amministrazione delle grandi aree metropolitane spetterebbe il compito di governare buona parte dell’integrazione competitiva degli aggregati territoriali nella vita nazionale ed europea.

Il rinnovo delle amministrazioni è quindi una “questione nazionale”, un momento fondamentale della vita del paese. Che grado di consapevolezza c’è di questo nelle classi dirigenti, nelle élite intellettuali e nel senso comune giornalistico? Ho l’impressione che sia scarsa. Emblematici mi paiono i modi come viene prospettata la sfida per il Campidoglio e si susseguono i commenti sulle primarie. Il declino delle amministrazioni capitoline nell’ultimo decennio evidenzia, a mio avviso, un grande problema nazionale: l’Italia può continuare ad avere una vera Capitale? O almeno, a quali condizioni Roma può assolvere pienamente il ruolo di Capitale in un contesto segnato dalla crisi del progetto europeo, da una emarginazione sempre più accentuata del centro-sud del paese e da una situazione politica in cui l’impegno del governo per allentare il vincolo europeo è così poco compreso ed apprezzato? D’altro canto, perché il Pd, unico partito nazionale in campo, stenta a comprendere e soprattutto a far percepire la partita che si gioca intorno al destino della Capitale? Sui media, nelle cronache delle primarie, nei commenti, quasi non c’è traccia di tutto ciò.

Non vengono approfondite le ragioni per cui l’insieme dei fenomeni adombrati da “Mafia Capitale” ha potuto incubare lungamente, fare cumulo e infine esplodere come epifenomeno e causa al tempo stesso del fallimento di una classe amministrativa. Si fanno le pulci al Pd anziché apprezzare l’accortezza con cui ha evitato che l’amministrazione Marino cadesse per lo scandalo di “Mafia Capitale”. Si batte e si ribatte sul dimezzamento della partecipazione alle primarie invece di raccontare quel che c’è voluto per rimettere in piedi un partito disfatto e riuscire a svolgerle le primarie. Non so se esse basteranno a far vincere le elezioni al centrosinistra, ma almeno hanno risolto il problema del candidato a sindaco che, nello stato di rimescolamento della composizione del Pd romano e di contrasti e divisioni nel Pd nazionale, avrebbe potuto risultare irrisolvibile.

La Repubblica, che manifesta sempre più l’ambizione di sostituirsi agli organismi decisionali del Pd, ha qualificato l’esito delle primarie “opera dell’apparato”; al tempo stesso lavora ad una improbabile lista a “sinistra” che non si capisce bene se dovrebbe allearsi al Pd nel ballottaggio dopo averne colpito la possibilità di arrivarci, oppure ripetere l’“esperimento ligure”. E se fra i registi politici di questa improbabile impresa c’è chi pensa che ne varrebbe la pena pur di azzoppare il governo Renzi, non credo sia questo il disegno del giornale. Mi sembra semmai quello di dare un colpo al Pd in quanto unico esempio di “politica organizzata” e principale speranza del recupero della sua autonomia. Azzardo a dire che considero improbabile l’impresa perché il Pd, malgrado i suoi problemi, è una grande comunità di popolo e anche queste primarie l’hanno confermato. Ma forse, a questo punto, andrebbero poste altre domande.

Considero l’Italicum una legge elettorale migliore di quelle che l’hanno preceduta anche perché potrebbe favorire una ricostruzione dell’impalcatura politica fondata su partiti profondamente rinnovati; ma penso che l’applicazione dell’articolo 49 della Costituzione andrebbe accelerata, inclusa nel pacchetto delle riforme costituzionali in corso di approvazione in modo da giungere alle elezioni politiche con la regolamentazione delle primarie per legge. Non è facile, ma la sfida non è rinviabile. Va da sé che l’Italicum si tira dietro quella delle altre leggi elettorali, per limitarmi alle comunali, e penso che il principale problema da risolvere stia nella coniugazione delle due leggi in modo da eliminare l’impressione sempre più sedimentata che i problemi di Palermo o di Milano, di Roma o di Catania, di Napoli o di Torino siano affidati ai sindaci, una volta eletti, come se fossero i “governatori” di uno stato federale fondato sui Comuni. Taccio della legge elettorale regionale, nella speranza che la revisione costituzionale già avviata inverta la deriva “federalistica” senza stato federale impostasi negli ultimi venti anni, frantumando il Paese e complicandone il governo unitario. Non è un parlare d’altro. Le elezioni di primavera si inseriscono in una sequenza che culminerà nel referendum costituzionale dell’autunno.

A quella parte della “sinistra” che lavora ai comitati del No con rinnovato spirito “girotondino”, vorrei rivolgere un monito che affido alle parole antiche di un grande italiano: «Quelli che si perdono per l’affettazione di battere vie straordinarie mi sembrano molto meno sensibili di quanti sbagliano in compagnia, seguendo le tracce dei più». Sono parole dure, che Galileo Galilei indirizzava a Tommaso Campanella e certamente non si attagliano ad alcuni personaggi dei “girotondi” che si annunciano; ma alle spalle di questo nuovo folklore vi è un pensiero molto influente nell’Occidente degli ultimi decenni: quell’idea della libertà individuale ridotta ad un catalogo infinito di diritti promossa dalla “rivoluzione neoconservatrice” dei primi anni Ottanta e fatta propria da una parte significativa della sinistra come ultima spiaggia di una presunta identità.

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