La resa del soldato liberale Ostellino, simpatizzante di Zagrebelsky

Il Noista
piero-ostellino1

L’antirenzismo gli ha fatto cambiare idea

Piero Ostellino è un grande liberale in un Paese in cui i liberali non esistono: è dunque con estremo rispetto che ci permettiamo di muovere qualche obiezione al suo intervento sul Giornale di oggi.

L’intero scritto è permeato da una solida e diffusa antipatia per Matteo Renzi (il “ragazzotto fiorentino” con una pericolosa inclinazione all’“autoritarismo”), che naturalmente va rispettata e, come ogni sentimento, non può essere confutata.

Meno comprensibile la simmetrica simpatia per Gustavo Zagrebelsky, che per tutta la vita – e ancora venerdì nel dibattito televisivo con il presidente del Consiglio – ha sempre sostenuto la superiorità della “democrazia sostanziale” sulla “democrazia formale”: e questo, francamente, un liberale – ancorché legittimamente antirenziano – non dovrebbe proprio tollerarlo.

Ma è soprattutto l’atteggiamento di Ostellino verso la Costituzione repubblicana a suscitare qualche perplessità.

Oggi l’editorialista del Giornale la difende a spada tratta, prima sostenendo che “l’instabilità politica dell’Italia e la debole capacità decisionale dei governo” non dipendono dall’“architettura costituzionale”, e poi elogiando “il costante compromesso fra i partiti in Parlamento e nel Paese”, di cui dobbiamo ringraziare “la Costituzione del 1948” e che, “come ha sottolineato Zagrebelsky”, ha “salvaguardato la democrazia”.

Eppure non più tardi di un anno fa Ostellino la pensava in modo diametralmente opposto: “Invece di parlarne tanto – scriveva sul Giornale il 31 luglio 2015 –, perché non si mette concretamente mano alla Costituzione? Si abbia il coraggio di chiedersi se essa non sia il vero impedimento e si smetta di venerarla come un oggetto religioso. […] All’origine dell’inerzia c’è un peccato originale – la natura del nostro sistema politico sanzionato dalla Costituzione del 1948 – del quale non riusciamo a liberarci”.

Due anni prima, sul Corriere, l’editorialista era stato ancora più duro: “Abbiamo buttato via oltre sessant’anni di storia repubblicana, la parvenza di democrazia disegnata dalla stessa rabberciata Costituzione, che è peggiore del vecchio Statuto albertino. Bene che vada, ci vorrà più di qualche generazione prima che l’Italia diventi un Paese di democrazia matura”.

Ora che alla “democrazia matura” ci stiamo finalmente avvicinando (e in forte anticipo sui tempi preconizzati da Ostellino), è triste assistere alla resa di un grande liberale ad una (rispettabilissima) antipatia personale.

Vedi anche

Altri articoli