La realtà batte Trump

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Sep 26, 2016; Hempstead, NY, USA;  Democratic presidential candidate Hillary Clinton (right) greets Republican presidential candidate Donald Trump on stage during the first presidential debate at Hofstra University. Moderator Lester Holt from NBC is bottom left. Mandatory Credit: Robert Deutsch-USA TODAY NETWORK *** Please Use Credit from Credit Field *** SIPA USAElezioni USA, primo dei tre dibattiti televisivi tra Hillary Clinton e Donald TrumpLaPresse  -- Only Italy *** Local Caption *** 18525802

La sua forza era concentrata sulla sua persona: un miliardario che si è fatto da solo

Caro direttore, tanto eravamo nervosi ieri, tanto siamo (forse fin troppo) soddisfatti oggi. Hillary Clinton ha vinto – per qualcuno un ko tecnico, per altri ai punti, per altri ancora per “abbandono dell’avversario” – e la campagna democratica può tirare un sospiro di sollievo. Ha fugato dubbi, ha mostrato la candidata in ottima forma fisica (era uno dei problemi più importanti), ma soprattutto ha evidenziato la vulnerabilità di Trump. La sua forza era concentrata sulla sua persona: un miliardario che si è fatto da solo, un “vincente”, in grado di risolvere i problemi, l’unico capace di rivoltare come un calzino l’establishment corrotto

In tutti questi mesi, era sempre andato all’attacco: contro i rivali del partito repubblicano, umiliandoli e assoggettandoli; come arringatore di folle, sollecitando il loro razzismo; come uomo forte capace di ordinare la tortura di un sospetto, come di mettere al loro posto cinesi o sauditi. Di fronte a una donna di 68 anni, che aveva continuamente insultato e sfottuto, di cui aveva invocato più volte l’arresto e si era persino augurato l’assassinio, è uscito distrutto: un narciso, evasore fiscale, ossessionato dal fatto che un nero possa essere diventato presidente, un pessimo datore di lavoro che non paga i suoi operai, un bugiardo fanfarone che diventa quasi patetico quando viene trovato a rubare la marmellata. «Io sono un vincente! Io sono un vincente!», ripeteva istericamente alla fine, mentre Hillary Clinton gli prometteva la vendetta (nel voto) di tutte le donne che aveva offeso, e in particolare della ex miss Venezuela Alicia Machado, colpevole di essere ingrassata. «Alicia si è registrata per votare ». Si potranno trarre molte lezioni sulla serata di lunedì.

La prima, secondo me, è che per battere il populismo, essere un po’ di sinistra aiuta. Hillary Clinton ha pacatamente spiegato che Trump è un ricco miliardario che evade le tasse e che lei invece metterà tasse sui ricchi; che aumenterà il salario minimo, e imporrà la parità salariale e assicurativa tra uomini e donne; che abbatterà le attuali esosissime tasse universitarie e che favorirà gli investimenti nell’industria energetica solo se questa tiene conto degli obiettivi di riduzione del riscaldamento globale del pianeta. E soprattutto ha smontato – con una certa passione, oltre che con competenza – la balzana idea che tagliando le tasse ai ricchi, questi faranno percolare qualche spicciolo nelle tasche dei poveri. In un mondo in cui parlare male degli immigrati è diventato un comandamento al quale anche la sinistra non riesce a sottrarsi, per paura di perdere voti, abbiamo visto lunedì sera una candidata che ha affermato che i neri in America patiscono ingiustizie, che la polizia è prevenuta contro di loro e che solo con il miglioramento economico delle comunità nere e latine, le tensioni razziali di oggi potranno diminuire.

Insomma: la diffusione della paura e la richiesta della mano forte non sono l’unica strada percorribile. Nonostante il dibattito fosse il mega evento mediatico, e nonostante si faccia gran parlare della supremazia televisiva sul mondo reale, quello di lunedì è stato una bella iniezione di realtà. Trump è un animale televisivo (ha condotto per anni un programma di successo, quello famoso in cui faceva il padrone severo e licenziava la gente), ma questo non gli ha giovato. Secondo me, si era troppo abituato a una televisione in cui lui è il padrone della scena, in cui tutti ridono alle sue battute, in cui nessuno lo contraddice, in cui non c’è bisogno di dire cose vere, perché tanto nessuna ti controlla.

Forse per la prima volta in questa campagna, e paradossalmente in uno studio televisivo (con un pubblico cui era stato richiesto di tacere), Trump si è trovato a dover fare i conti con la realtà. Perché non rivela le sue tasse? Perché non paga i suoi operai? Perché le sue imprese falliscono e lui scappa con la cassa? Perché molesta le donne? Perché mente, in continuazione? Perché è così ossessionato da Obama? L’eroe televisivo, al contatto con un p o’di realtà, è improvvisamente crollato. Come tutti hanno scritto, non si era preparato, (Già. E perché non si era preparato?) e quindi è apparso disorientato. Non solo, ma «tirava su col naso» (un po’troppo. Coca? Come si dice in questi casi, il suo naso è diventato virale).

Davvero era così difficile immaginare che Hillary Clinton gli chiedesse della sua dichiarazione dei redditi? Forse è andata così: che uno dei suoi consiglieri gli ha detto: capo, guarda che quella ti fa una domanda sulle tasse. Sei pronto? E lui l’ha licenziato. Insomma, è stata una buona serata, che mi ha messo di buonumore e mi ha insegnato molte cose. Adesso, vediamo di bastonare il magnate che affoga. Per intanto, ieri ho votato

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