La Rai metta on line gli stipendi dei dirigenti

Rai
La scultura del cavallo morente nella sede Rai di viale Mazzini. Roma 13 marzo 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

La tv pubblica dovrà rendere pubblici i curricula e i compensi di consiglieri revisori e dirigenti

Il Piano per la trasparenza della Rai, contenuto nella riforma che approderà a Montecitorio lunedì, è una novità di assoluta importanza. Introduce l’impegno per l’azienda a pubblicare online quanto spende e a motivarlo. La Rai dovrà rendere pubblici i curricula e i compensi di consiglieri revisori e dirigenti, indicando delle retribuzioni eventuali componenti variabili o legate alla valutazione del risultato, e se hanno altri incarichi o consulenze in corso. Specificare i criteri in base al quale assume personale e affida incarichi a collaboratori esterni. E pubblicizzare  quanti e quali tipologie di contratto di collaborazione e consulenza non artistica sottoscrive, indicandone la relativa spesa e, per quelli più alti, i nomi e le ragioni dell’incarico e del compenso.

Quindi non si chiede alla tv pubblica di dare conto soltanto delle spese sostenute, ma soprattutto del rapporto tra spese e benefici: gli stessi euro possono essere spesi bene o male, possono trasformarsi in uno sperpero come in un servizio pubblico migliore. La pubblicità di dati e informazioni serve non solo a garantire il controllo sociale sull’operato dell’amministrazione, ma anche a favorire il miglioramento dei servizi offerti.

Ora il Piano per la trasparenza, così come riformulato da noi relatori, con la questione sul tetto agli stipendi dei megadirigenti ancora aperta, acquista un particolare rilievo.

Infatti, come è noto, il decreto Irpef convertito nella legge 89 del 23 giugno 2014 ha stabilito in 240 mila euro lordi annui il limite massimo ai compensi degli amministratori e alle retribuzioni dei dipendenti delle società controllate dalle pubbliche amministrazioni, come è la Rai, partecipata al 99% dal ministero dell’Economia. Sono esentate dall’obbligo le società pubbliche autorizzate all’emissione di titoli obbligazionari su mercati regolamentati. I precedenti vertici dell’azienda del servizio pubblico, come sappiamo, hanno disposto alcuni mesi fa l’emissione di un bond obbligazionario di 350 milioni di euro. Cosa che, in punta di diritto consente all’azienda di aggirare la norma sul tetto agli stipendi, anche se non è una società quotata.

Ad oggi ora non c’è stato nessun aggiornamento delle retribuzioni, ma nel futuro chissà. Lo si intuisce da una nota emessa mercoledì scorso dalla Rai: “L’emissione del bond non ha comportato alcun rialzo automatico delle retribuzioni ai livelli precedenti al tetto previsto dalla legge. Si è invece colta l’opportunità di una rideterminazione dei livelli retributivi delle figure manageriali. A seguito di un’analisi condotta da Hay, società leader mondiale nel settore delle risorse umane, sono stati fissati nuovi parametri più coerenti col mercato”.

Tuttavia è chiaro che la Rai resta un’azienda pubblica al 99% e questo personalmente mi fa ritenere che il tetto dovrebbe essere applicato. La questione è stato sollevata da più emendamenti al ddl Rai in commissione e lo sarà nuovamente in aula. Bene, io penso che sia giusto che il Parlamento ne discuta. Però poiché la questione afferisce a una norma di carattere generale che vale per tutte le società pubbliche, anche se ora è su questo caso specifico che si vuole apportare una modifica, è su quella norma di carattere generale che bisogna intervenire e non all’interno del ddl di riforma della governance della Rai.

Il collega del Pd Michele Anzaldi ha presentato un’interrogazione che chiede proprio di precisare questo punto e su cui si attende una risposta.

In ogni caso con le novità sulla trasparenza introdotte nel testo si porta la Rai in un territorio di total disclosure. Alzando le retribuzioni, la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo si dovrà assumere la responsabilità di motivarlo di fronte agli italiani.

Vedi anche

Altri articoli