La prima vittima del malaffare è la politica

Corruzione
Giudice-martello-tribunale

Non è giustizialismo colpire severamente i colpevoli, ma un gesto di legittima difesa che il sistema democratico deve scegliere ogni volta per riguadagnare la propria centralità

La situazione è seria, ma fortunatamente non è grave. E’ molto seria perché il dilagare della corruzione non soltanto offende la buona coscienza dei cittadini che lavorano e pagano le tasse, ma anche, e forse soprattutto, vanifica lo sforzo della buona politica, accresce la sfiducia generalizzata, la demagogia e il qualunquismo, indebolisce l’infrastruttura democratica del Paese.

Ma la situazione non è grave perché non è compromessa: rimediare è possibile, e la partita è tutt’altro che perduta. Il primo passo da compiere è distinguere, analizzare, capire. In questi vent’anni si sono confrontate, sul palcoscenico dell’opinione pubblica assai più che nelle sedi istituzionali loro proprie, due minoranze rumorose: l’ala militante della magistratura inquirente, spalleggiata dal circo mediatico, che ha progressivamente sostituito il perseguimento del singolo reato con la pretesa di rigenerare il Paese, e il partito di Berlusconi, impegnato a confondere il sacrosanto principio del primato della politica con l’impunità per i singoli uomini politici.

In questa tenaglia micidiale lo Stato di diritto, fondato sulla separazione dei poteri, è stato duramente lesionato; la sinistra è stata inghiottita e ridotta al ruolo di comprimaria e reggicoda; i poteri extrapolitici e tecnocratici hanno avuto campo libero per fare e disfare a piacimento. Davigo vorrebbe tornare a quello scontro infame: ma Renzi non è Berlusconi. Tutta la scommessa di Renzi si regge sul ritorno del primato della politica, cioè della decisione democraticamente legittimata. C’è un altro sistema per consentire ad una comunità civile di autogovernarsi, imporsi regole comuni, rispettare le minoranze e garantire i diritti delle maggioranze? No, non c’è. Tutti gli altri poteri, ancorché spesso più efficienti e qualche volta persino più onesti, non sono scelti da nessuno se non da se stessi, non sono controllati da nessuno se non da se stessi.

La politica è l’unico luogo in cui i cittadini possono decidere: forse non abbastanza, a volte male, altre soltanto in apparenza. Ma non esiste un’alternativa. La politica, tuttavia, incontra sulla sua strada il malaffare, perché costa e produce ricchezza, e dove ci sono i soldi ci sono anche i ladri. Difendere la politica, la sua centralità e le sue prerogative, passa dunque inderogabilmente per la difesa dal malaffare. Non è giustizialismo colpire severamente i colpevoli (naturalmente secondo le regole dello Stato di diritto): è, al contrario, un gesto di legittima difesa che il sistema democratico deve scegliere ogni volta per riguadagnare la propria centralità. La prima vittima del malaffare non è la fiducia dei cittadini: è la politica. Sebbene il circo mediatico-giudiziario sia nostalgicamente propenso a rinverdire ogni volta i fasti di Tangentopoli, la situazione oggi è profondamente diversa.

Comunque si giudichi Mani Pulite – un’epopea o una tragedia, una primavera o un autunno –, quelle inchieste riguardavano l’intera classe dirigente dei partiti di governo, puntavano al cuore del potere ed ebbero infatti come risultato un cambio radicale dello scenario politico. Oggi nel mirino dei giudici entrano politici e politicanti locali, feudatari e valvassini, gruppi di potere incistati nel ceto politico di provincia, sottocorrenti di quartiere o di paese. Non c’è nulla che coinvolga anche marginalmente i vertici nazionali del Pd o degli altri partiti. La corruzione si è fatta pulviscolare, localistica, personale. Il motivo è fin troppo ovvio: i partiti non esistono più, e quando esistono sono talmente rarefatti da risultare facilmente permeabili a infiltrazioni di ogni tipo. Il vero portato storico di Tangentopoli è questo: siamo una democrazia di movimenti e di leader, ma senza partiti. Il Pd viene spesso indicato come l’unica struttura sopravvissuta al terremoto: ma questo è soltanto in parte vero. Il Pd oggi è una gigantesca, confusa, a tratti persino divertente confederazione di correnti, subcorrenti, potentati locali, spezzoni di ceto politico, cacicchi e capibastone, leader e aspiranti tali.

E’ tempo di affrontare il problema. Se in Campania esistesse il Pd nel modo in cui un tempo esistevano i partiti, Stefano Graziano molto probabilmente sarebbe stato allontanato dalle sue cariche ben prima dell’inchiesta che l’ha coinvolto. Un partito ha le antenne e le sa usare: non per consumare vendette o sostituirsi alla magistratura, ma per garantire la propria agibilità democratica, la trasparenza interna, la legalità. Soltanto così si può rispondere adeguatamente a quei magistrati – pochi, pochissimi – che vorrebbero rivoltare l’Italia come un calzino o per i quali gli innocenti sono colpevoli non ancora scoperti. Le inchieste, naturalmente, restano: e speriamo, come si dice sempre in questi casi, che si concludano rapidamente. Una magistratura efficiente ed efficace è il primo alleato della buona politica.

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