La presunta purezza grillina

M5S
La candidata sindaco del Movimento 5 Stelle a Roma, Virginia Raggi, al suo arrivo nelle sede della Casaleggio Associati, Milano, 18 aprile 2016. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

La scelta di Virginia Raggi di nascondere alcuni passaggi del proprio profilo personale attiene a qualcosa di profondo

Virginia Raggi non ha un problema di memoria, né si può sostenere che non sappia compilare un curriculum vitae. D’altra parte è una professionista legale, oltre che consigliera comunale, con una certa familiarità con le carte e con le procedure. La scelta di nascondere alcuni importanti passaggi della propria carriera professionale (il praticantato presso la bottega Previti, la presidenza del consiglio d’amministrazione della società HGR legata al giro di PanzironiAlemanno) ha che fare con qualcosa di più profondo della costruzione un po’ furbetta di una purezza di facciata.

Certo, nessuno si spinge ad immaginare che la Raggi abbia trascorso le vacanze sullo yacht di Cesare Previti. Ma quello che leggiamo nel suo profilo personale – integrato da quanto voleva nascondere – e nella proposta politica del Movimento Cinque Stelle per la Capitale rimanda ad un legame di sostanza con una parte fondamentale della destra romana. Quella destra che nella vicenda politica dell’Italia repubblicana ha fatto spesso storia a sé, riuscendo ad essere movimento di massa negli anni in cui la destra postfascista era confinata dentro sacche di consenso marginale e compiendo un autentico balzo in avanti con la fine della Prima repubblica (alle comunali di Roma del 1993 il Movimento Sociale Italiano passò dal 9,7% ad oltre il 30%). Mentre si spingeva ben al di là di una piattaforma nostalgica o tradizionalmente reazionaria, appannaggio della più classica destra conservatrice di matrice clericale, la destra radicale romana ha rappresentato un impasto originale di contiguità con la sovversione, critica alla legittimità delle istituzioni repubblicane e abilità nel soffiare sul fuoco dell’emarginazione sociale delle periferie. Il tutto condito da una ossessiva insistenza sulla comunità identitaria come fonte suprema di autorità, piuttosto che sulla capacità di definire e realizzare programmi politici concretamente capaci di dare risposte tanto alle emergenze delle periferie quanto alle esigenze di riforma delle istituzioni.

È dentro questo brodo di coltura che nascono sia Cesare Previti come politico (al quale il berlusconismo appalta la propria rappresentanza nella Capitale) sia le brevi stagioni di governo dapprima regionale di Francesco Storace e poi cittadino di Gianni Alemanno. Si dirà che l’eredità di questa destra, a rigor di logica, è naturalmente nelle mani di Giorgia Meloni e della sua candidatura a sindaco di Roma. Ma sarebbe una logica solo parziale. Perché così come a livello nazionale è in atto da tempo una dura competizione tra il grillismo e il fascioleghismo della coppia Meloni-Salvini per la conquista del bacino di voti populista e antipolitico, quella che si svolge a Roma è una partita fondamentale per il futuro del Movimento Cinque Stelle.

È nella Capitale, più che in altre città italiane, che il grillismo prova a dare per la prima volta corpo e sostanza alle proprie confuse fantasie di rigenerazione dell’Italia. E lo fa intestandosi alcune delle battaglie che furono già della destra radicale romana: non tanto i gagliardetti postmussoliniani, quanto la mistica misteriosa della comunità chiusa insieme alla delegittimazione delle istituzioni democratiche; non tanto l’estetica squadrista, quanto l’esaltazione del disagio delle periferie a cui si promette rivolta invece di soluzioni. Il tutto impacchettato dentro l’involucro dall’apparenza rassicurante di una candidata che proviene in linea diretta da quel “demimonde” che ha garantito dall’alto la crescita della destra radicale romana e che ne ha maggiormente beneficiato negli anni di governo locale. L’ambiente politico e professionale dentro il quale Virginia Raggi ha dapprima sgomitato per affermarsi come avvocato e dal quale oggi vorrebbe goffamente affrancarsi ripulendo il proprio CV. Un ambiente che tuttavia rimane quello che i romani hanno ben imparato a conoscere nel corso dei decenni: “Previti e il suo studio – come ha scritto Alessandro De Angelis su Huffington Post Italia – Alemanno e il suo sistema di potere, negli anni del governo a Roma. Feudi diversi di poteri chiusi, dove la politica è tutto e tutto è politica”.

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