La preghiera di Crocetta: “Mandatemi in Libia”

Il Fattone
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Il governatore siciliano: “Conosco l’arabo ma figuratevi se pensano a me”

Sono giorni difficili, dolorosi, incerti, e una ventata di buonumore è sempre benvenuta: ci aiuta a relativizzare, a mettere le cose in prospettiva, a svagarci almeno un poco. Salutiamo dunque con gioia l’ampia intervista che Rosario Crocetta ha rilasciato al Fatto, annunciata in prima pagina da un titolo che, come si suol dire, è tutto un programma: “Conosco il Corano e l’arabo, mandatemi in Libia a trattare”.

Ieri era stato Romano Prodi, sempre dalle colonne del Fatto, a lamentarsi per la mancata nomina a inviato speciale delle Nazioni unite per risolvere la crisi libica, convinto che “avrei potuto concretamente dare una mano per tentare di portare la pace”. Oggi si fa avanti il governatore della Sicilia, a riprova del fatto che l’Italia è un grande paese e la sua classe dirigente non teme confronti.

“Figurarsi se pensano a me”, protesta Crocetta. E all’intervistatore che osserva perplesso quanto complicata sia la situazione di là dal mare, replica enigmatico: “Le rispondo con Gramsci e il moderno principe. L’illusione diabolica del potere”. Che significa? Boh.

In ogni caso, Crocetta è sicuro delle proprie qualità e, come quasi sempre accade ai perdenti, si atteggia a martire: “Non mi volevano come sindaco di Gela – incalza – e alla fine sono stato eletto. Non mi volevano come deputato europeo e ce l’ho fatta. Non mi volevano come governatore e sono qui”.

Quali forze oscure non volevano Crocetta? Il governatore non lo dice, convinto che un’allusione sia più forte di una denuncia, e che l’ombra lo protegga meglio della luce.

Ad ogni modo ora c’è la Libia: “Devo dire che conosco l’islam, ho letto e studiato il Corano, parlo l’arabo. Insomma, qualcosa ne so”. Inshallah.

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