La politica non è mai una passione triste

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© Roberto Monaldo / LaPresse
11-02-2009 Roma
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L'Associazione Libertˆ e Giustizia presenta ilmanifesto ''Rompiamo il silenzio''
Nella foto Paul Ginsborg (Storico)

Riflessioni sul nuovo libro dello storico Paul Ginsborg

C’è evidentemente qualcosa di autobiografico nell’introduzione che apre il nuovo libro di Paul Ginsborg (Passione e politica, scritto con Sergio Labate, Einaudi), dove parla di quella «amara esperienza comune a molte persone che si sono impegnate in questi anni», nei tanti «tentativi di costruzione di soggetti collettivi vanificati da un vizio passionale, un eccesso d’egoismo o d’arroganza». Soggetti collettivi il cui insuccesso, molto più che da «motivi ideali», sarebbe stato causato da «una competizione fra primedonne», da una lotta «il cui fine è l’accrescimento della propria vanità e del proprio potere», da una «diffidenza astuta esercitata anche nei confronti dei propri compagni, che spesso finisce per trasformare la necessaria condivisione in inimicizia».

Difficile resistere alla tentazione di vederci almeno un velato riferimento alla stagione dei girotondi di cui Ginsborg fu protagonista, che ai partiti di centrosinistra e soprattutto ai loro leader muovevano critiche molto simili a quelle summenzionate (grigi burocrati interessati solo al potere con i quali, diceva Nanni Moretti, «non vinceremo mai»). I movimenti di allora rivendicavano il compito di riportare alla politica proprio quella fondamentale e insostituibile risorsa che i partiti, visti come apparati chiusi e autoreferenziali, avevano colpevolmente smarrito: la passione. E forse non è un caso che uno dei principali bersagli polemici di quella stagione, l’allora segretario dei Ds Piero Fassino, intitolasse qualche anno dopo la sua autobiografia proprio così: Per passione.

Mentre in tempi più recenti, nel 2011, il centro studi del Pd guidato da Gianni Cuperlo e la fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema (altro bersaglio costante dei girotondi, che al suo algido realismo contrapponevano la calda passione della società civile) organizzavano ben due cicli di incontri ancora su questo tema: «Le passioni della politica». Iniziativa che partiva proprio dalla domanda (retorica) se per «colmare il fossato tra la politica e il paese» bastassero «un ceto di persone oneste e un ottimo programma di cose da fare», come scriveva Cuperlo nell’introduzione al volume in cui si raccoglievano gli atti di quei convegni, o se, «dietro la frattura della quale parliamo, non vi sia soprattutto una enorme difficoltà delle attuali culture politiche a collocarsi nel reale, a smuovere passioni sopite ma non scomparse».

Non è facile dire quanto una simile preoccupazione sarebbe stata soddisfatta dalla successiva decisione, presa in quello stesso 2011, di uscire dalla crisi con il governo Monti, e quanto questa decisione avrebbe poi contribuito a risvegliare in Italia tanta passione politica sopita, incanalandola però verso quel clamoroso 25 per cento raggiunto dal Movimento 5 Stelle alle successive elezioni. Viene però il sospetto che questa ricorrente discussione sul venir meno della passione politica o la necessità di ritrovarla, discussione che per la verità è ricorrente solo a sinistra, poggi su basi molto soggettive.

Oggi, ad esempio, l’analisi di Ginsborg sembra farsi più pessimista, individuando il problema nell’imporsi di un «governo unico delle passioni» al tempo del neoliberismo, la cui «arma segreta e subdola è di raccogliere adesso i frutti di un lento addomesticamento dei nostri cuori». Addomesticamento ottenuto, par di capire, facendoci introiettare il consumismo, la competizione, il desiderio di affermarci e arricchirci. Una critica che dai tempi della scuola di Francoforte è decisamente maggioritaria tra gli intellettuali di sinistra. A noi però viene il sospetto che la passione, come la malizia, stia negli occhi di chi guarda.

Che la passione cioè non manchi alla politica, ma a chi ne lamenta la mancanza, senza rendersi conto che appassionarsi significa sentirsi coinvolti. E dunque, se nel nostro movimento, nel nostro partito, nella nostra sezione o circolo di amici sentiamo questa mancanza, è un problema nostro. Nel senso: è un problema che riguarda noi e chi con noi avverte una difficoltà nel coinvolgere o nel sentirsi pienamente coinvolto dalla concreta politica (o qualunque altra cosa sia: volontariato, torneo di scacchi, circolo del bridge) che stiamo facendo insieme.

Mentre là fuori è pieno di gente che si appassiona eccome, spesso anche per idee e iniziative riprovevoli, o insulse, o invece degnissime: dalla battaglia sulla Brexit in Gran Bretagna a tutte le manifestazioni, i dibattiti e le iniziative pro o contro i migranti in tante parti di Europa, a tutto ciò che effettivamente tocca la vita, gli interessi e anche le passioni di ognuno di noi. Lamentare il venir meno della passione per la politica rischia insomma da un lato di essere u n’anacronistica banalità (sono venuti meno i grandi partiti di massa e tutte le condizioni particolari della politica del Novecento: grazie tante), dall’altro un errore logico (il fatto che alcune forme della politica non suscitino più la passione di un tempo non vuol dire che altre forme non ne suscitino ancora, e soprattutto che non sia possibile inventarne di nuove). Ma soprattutto rischia di essere un alibi, per giustificare la nostra pigrizia di fronte alla necessità di approfondire anche le novità che non corrispondono ai nostri schemi, e soprattutto allo sforzo di immaginare qualcosa di diverso.

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