La politica industriale italiana: ecco quali sono le sfide da vincere

Economia
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In questa fase il governo è stato assente sulla politica industriale e tutto è stato lasciato alla capacità dei singoli? Come sempre la realtà è più complessa delle schematizzazioni

La politica industriale italiana è spesso oggetto di dibattito e la sua presunta assenza è indicata quale origine dei mali del nostro sistema produttivo. Come stanno veramente le cose in questa epoca di crisi e di globalizzazione? Vediamo i fatti. La crisi in cui ci troviamo dal 2008 ha messo alla prova il nostro sistema industriale e ne hanno sofferto imprese e lavoratori. Settori produttivi in affanno, aziende storiche sparite, comparti produttivi con capacità ridotte del 25 %-30%. Ma, come J.F.Kennedy amava ricordare, in cinese la parola crisi è costituita da due caratteri, uno indica pericolo e l’altro opportunità. Per cui se è vero che la crisi ha avuto effetti pesanti è anche vero che ha stimolato molte aziende a investire in ricerca ed innovazione mantenendo, ed anzi allargando, la presenza sui mercati esteri e questo ha contribuito alla tenuta complessiva dell’economia italiana nel terribile quadriennio 2011-2014. Non è un caso che le performance italiane in termini di export in valori assoluti siano state le migliori in Europa dopo quelle tedesche. Oggi poi, sostenuti anche da una serie di fattori esterni positivi coniughiamo finalmente una ripresa del mercato interno, anche se debole, con un comportamento positivo dell’export ed a ciò fa riscontro un incoraggiante primo aumento della produzione industriale.

Ma in questa fase il governo è stato assente sulla politica industriale e tutto è stato lasciato alla capacità dei singoli? Come sempre la realtà è più complessa delle schematizzazioni. Innanzi a tutto un fatto. Per la prima volta, dopo molti anni, nell’azione del governo si è ridata centralità all’industria quale componente essenziale per il futuro del Paese. Non è cosa da poco se pensiamo che, in anni non lontani, una maggioranza di segno diverso dalla nostra inseguiva suggestioni di finanziarizzazione e terziarizzazione dell’economia. Detto questo, se è certo che l’economia italiana si deve reggere sullo sviluppo equilibrato di diversi settori produttivi, dall’agricoltura, al turismo, ai servizi, è altrettanto vero che l’industria e la manifattura debbono restare un pilastro centrale del nostro sistema.

È bene partire da qui: l’Italia non può permettersi di divenire un Paese deindustrializzato, come invece teorizzano alcune forze politiche in Parlamento sostenendo la cosiddetta “decrescita felice” –  che di felice avrebbe davvero poco. Ed ora la questione: disponiamo di una politica industriale? Se si intende con questo un testo, un documento organico, la risposta è: no. Se si intende invece l’attuazione di azioni di politica industriale si può tranquillamente rispondere di si. Dal 2013, col governo Letta e poi in accelerazione col governo Renzi, sono stati attivati elementi che costituiscono una politica industriale. Ci è mossi sulle scelte industriali perché se lo Stato non può più essere il soggetto imprenditore che pervadeva in modo totalizzante e malato l’economia, un completo “lassaiz faire” ultraliberista o la estromissione dello Stato dall’indirizzo strategico, non sono accettabili. Il ruolo dello Stato come sorvegliante nei settori altamente cruciali (telecomunicazioni, energia, trasporti, difesa, sicurezza), ma anche come ausilio allo sviluppo generale dei comparti produttivi e promotore dell’innovazione, è necessario. Per questo, stimolati dalle crisi di alcuni comparti, come quella dell’acciaio o dell’ingegneria di sistema, sono stati messi a punto strumenti per consentire allo Stato di intervenire.

Il nuovo ruolo di Cassa depositi e prestiti e dei fondi ad essa collegati, l’estensione della disciplina Prodi-Marzano per i complessi industriali di rilevanza nazionale in crisi economica anche a quelli aventi problemi ambientali e la società di “tournaround” sono alcuni degli attrezzi di cui ci si è dotati. Poi, il tema degli investimenti in infrastrutture: dalle autostrade fisiche a quelle informatiche con la banda larga e gli interventi sulla logistica nazionale dai porti agli aeroporti. A fianco di questi strumenti, sono state avviate politiche attive di sostegno all’impresa e all’industria. Si possono ricordare, senza pretesa di completezza, alcuni filoni di intervento. Per gli investimenti la Nuova Sabatini, il bonus investimenti e il maxi ammortamento del 140 % mentre si è potenziato il sistema di tassazione di favore per gli utili rinvestiti in azienda. Sul costo del lavoro i cosiddetti 80 euro sono stati accompagnati dalla sterilizzazione della componente del lavoro dell’Irap, mentre la decontribuzione per le nuove assunzioni per il 2015 e, in misura minore per il 2016, ha contribuito a far riprendere la buona occupazione. La pressione fiscale sulle imprese si riduce con la revisione dell’Ires che scenderà al 24% e con la cancellazione dell’Imu sui cosiddetti imbullonati mentre si è intervenuti per sostenere la internazionalizzazione delle imprese e la loro digitalizzazione.

Ma è nel il settore della “ricerca e sviluppo” che si osservano le misure più innovative. Il sostegno alle spese effettuate dalle aziende per la ricerca interna, la tassazione agevolata degli utili prodotti da brevetti aziendali e soprattutto l’introduzione dei modelli aziendali di “start-up” e “pmi innovative”. Ovvero regimi agevolati, fiscali e normativi, per le aziende che producono innovazione e ricerca. Un patrimonio per il Paese. Capitolo importante anche quello delle grandi riforme di sistema che hanno impatto sul mondo della produzione: il mercato del lavoro, la pubblica amministrazione e la giustizia civile solo per citare solo i casi più importanti. Norme ed investimenti che servono a “scrostare” il sistema paese ed a ridurre il divario di competitività con i nostri concorrenti. Un tridente di interventi, quindi, che di per sé costituisce la trama di una politica industriale per ridare solidità e competitività alla nostra industria. Chiarito che molto si è fatto, è giusto concentrarsi su ciò che rimane da fare.

Per prima cosa occorre proseguire le scelte dei comparti produttivi strategici sui quali investire e completare con prossimi interventi le misure di sostegno sin qui poste in essere. Mi riferisco, in questo caso, al riordino complessivo del supporto alla ricerca e sviluppo, al tema del credito, al sostegno del reimpiego delle risorse in azienda, alla crescita dimensionale delle pmi e alle misure per la diffusione delle reti d’impresa. Il tema dell’energia è un altro punto cruciale per la competitività nazionale. È necessario essere protagonisti da ora del percorso che ci porterà al mercato unico europeo, sostenendo la transizione verso un’economia a basso carbonio, promuovendo l’innovazione tecnologica, l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, garantendo al contempo energia sicura ed economica. Ed in ultimo, ma non per importanza, un piano nazionale per la trasformazione digitale dell’industria: la cosiddetta “Industria 4.0” o Quarta Rivoluzione Industriale.

Una sfida caratterizzata dall’integrazione delle tecnologie digitali nei processi manifatturieri, con la possibilità di sviluppare un ininterrotto flusso di comunicazione interno e in tempo reale nella filiera produttiva e di personalizzare i prodotti in funzione della domanda, senza accrescere i tempi della produzione. Una sfida che il sistema produttivo italiano, caratterizzato da piccole e medie aziende molto flessibili e rapide, non può né ignorare né perdere. Tre azioni, quindi, quelle elencate, concrete e che possono e debbono completare la nostra politica industriale nei prossimi mesi. L’Italia è un Paese con un glorioso passato industriale e con una forte propensione all’esportazione: il made in Italy è sinonimo di eccellenza ovunque nel mondo. I Paesi che saranno leader nella Quarta Rivoluzione Industriale saranno quelli che avranno un ruolo centrale nell’economia globale; in questo oggi è già domani e non abbiamo tempo da perdere. Si tratta di una sfida da intraprendere con ambizione: se facciamo solo quello che sappiamo fare, non saremo mai più di ciò che siamo. La chiave per vincere è però già dentro di noi.

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