La politica dell’empatia

Connessioni
epa05590529 US President Barack Obama (R) and Italian Prime Minister Matteo Renzi (L) participate in an arrival ceremony on the South Lawn of the White House in Washington DC, USA, 18 October 2016. Later today President Obama and First Lady Michelle Obama will host their final state dinner featuring celebrity chef Mario Batali and singer Gwen Stefani performing after dinner.  EPA/MICHAEL REYNOLDS

Il leader moderno è post-ideologico, pragmatico, non esercita autorità o carisma. Cerca di costruire all’interno della sua comunità una comunicazione circolare e orizzontale

Al nuovo bipolarismo che vede da un lato chi si apre al futuro con pragmatico ottimismo, e dall’altro chi si chiude con scettica riluttanza, corrisponde un’altra antinomia: quella tra i codici comunicativi rispettivamente adoperati. I primi sono consapevoli di vivere in un’epoca dall’enorme potenziale conoscitivo e propongono dati e fatti a sostegno delle proprie tesi, i secondi invece, cercano di stimolare e indirizzare le emozioni del pubblico. In passato le leadership a cui eravamo abituati, avevano tutte un carattere carismatico, erano irraggiungibili nel mondo iperuranico delle ideologie. La loro comunicazione era filtrata dall’alto verso il basso attraverso serie gerarchiche e mediatori culturali; anche il messaggio era unidirezionale, con un rapporto tra politico e cittadino molto più fideistico che cognitivo, non era condiviso, discusso, dibattuto e veniva semplicemente recepito.

Oggi invece, il messaggio è necessariamente più diretto, indirizzando le parole alla testa oppure alla pancia. Ragione o emotività rappresentano l’alternativa dei linguaggi adoperati in politica. Tuttavia, non è sufficiente che il politico risulti soltanto competente, anzi questo aspetto è messo a volte addirittura in secondo piano e i fatti verificati faticano a farsi spazio nel dibattito pubblico.

Qualsiasi scambio comunicativo che si rispetti deve essere in ogni caso bidirezionale, si chiede cioè non solo di divulgare un messaggio ma anche di recepire quello dei propri interlocutori dopo averlo compreso. Oggi esercitare una leadership non equivale ad una relazione di potere mascherata da forma di persuasione. Si tratta di un esercizio di influenza, in cui la relazione tra individui è reciproca e non è necessariamente caratterizzata da dominio, controllo o mera induzione del consenso. Il leader moderno è post-ideologico, pragmatico, non esercita autorità o carisma. Cerca di costruire all’interno della sua comunità una comunicazione circolare e orizzontale in cui ciascuno possa interfacciarsi e interagire con il politico, che riceve dai propri sostenitori feedback che arricchiscono la narrazione stessa. Non tutti però sono in grado di realizzare perfettamente questa interazione, dal momento che per rendere davvero fluida la comunicazione è necessario che il politico stesso cerchi di immedesimarsi nel suo interlocutore. Egli deve sforzarsi di capire le sue esigenze, di custodire i suoi desideri, di valorizzare le sue aspirazioni e di farsi carico dei suoi bisogni. In una parola, è necessaria l’empatia, ovvero «la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro, per vedere il mondo attraverso chi è diverso da noi», come affermava dieci anni fa alla Northwestern University Barack Obama, che sarebbe poi diventato Presidente degli Stati Uniti d’America. In quella occasione Obama disse anche: «Spero scegliate di ampliare, e non contrarre, il vostro ambito di preoccupazione (…) Non perché si ha l’obbligo verso coloro che sono meno fortunati (..) ma perché avete l’obbligo verso voi stessi. Perché la nostra salvezza individuale dipende dalla salvezza collettiva».

Obama ha più volte sottolineato l’importanza di questa capacità. Anche nel ricevere a Washington Matteo Renzi, ha parlato ad esempio di empatia per il migrante e compassione per il rifugiato. Lo stesso premier italiano fa dell’empatia un tratto peculiare della sua leadership. Non è un caso quindi che sabato scorso, nel presentare la legge di bilancio, invece di limitarsi ad elencare numeri e annunciare provvedimenti, abbia posto l’accento su due concetti che hanno ispirato l’intera manovra: merito e bisogno, per dare «una chance a chi ci prova, una mano a chi non ce la fa».

Il punto è provare a immedesimarsi nel piccolo imprenditore, nel pensionato o nel giovane studente che non vuole rinunciare ai propri sogni. La scorsa volta su Connessioni riflettevo sul ruolo dell’uomo nella società che non è quello di uno spettatore o di un controllore ma di colui che presta ascolto alle proposte che lo rimettano al centro della storia. Ecco, solo la politica empatica può farlo, non quella che urla ma quella che ascolta, non quella che alza il volume del rumore ma quella che ci prova, sempre.

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