La politica ai tempi del terrorismo

Terrorismo
Also the Belgian flag has been exposed to half-mast next to those of Italy and European Union because of terror attacks in Brussels. Rome, March 22, 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Se vogliamo sconfiggere Daesh ci dobbiamo impegnare tutti, con la diplomazia ma approntando anche gli strumenti di intelligence e militari, per proteggere il confine meridionale dell’Europa

Sappiamo bene qual è l’obiettivo dei terroristi che si sono fatti esplodere all’aeroporto e poi nella metro di Bruxelles: diffondere la paura, terrorizzare le persone, spingere le società aperte a chiudersi, le comunità ad allentare i vincoli di solidarietà e cooperazione, le famiglie a dubitare dei loro vicini di casa, gli individui a cambiare abitudini e a rinunciare alle libertà più semplici, quelle che credevamo scontate come viaggiare o uscire una sera per andare al ristorante.

In Iraq, in Siria, in Libia, in altri Paesi africani il terrorismo di matrice islamica – quale che sia il nome che assume – ha dichiarato guerra ad altri musulmani, alle minoranze religiose cristiane, alle ragazze e ai ragazzi nell’università, dentro un disegno geopolitico, che punta a conquistare territorio, a mettere le mani su risorse naturali ingenti, a costruire lo Stato Islamico. Realistico o no che sia questo disegno, e noi ovviamente dobbiamo adoperarci per impedirlo, la guerra di Daesh in Medio Oriente è la manifestazione della drammatica instabilità degli Stati della regione come li abbiamo conosciuti dopo i due conflitti mondiali, una guerra per il potere e l’influenza in un’area strategica per l’Europa e per il mondo intero. Colpire in Occidente è funzionale a fornire a Daesh una cornice ideologica più forte, a travestire in qualche modo una guerra contro un’altra parte dell’Islam in uno scontro di civiltà…

Se queste considerazioni possono essere condivise, cosa può fare la politica? Innanzitutto prendere sul serio questa minaccia, e attrezzare tutti gli strumenti – politici, diplomatici, di intelligence, militari – necessari per la prevenzione e la repressione del fenomeno terroristico. Sul piano internazionale, impegnare un’ampia coalizione per stabilizzare la Siria e la Libia e per sostenere il governo iracheno nella lotta contro Daesh può apparire un’impresa improba, carica di incertezze e di ostacoli. Ma abbiamo alternative? Possiamo forse immaginare di risolvere la situazione militarmente intervenendo dall’esterno, magari violando il diritto internazionale? Oppure possiamo semplicemente dire che se la debbono cavare da soli – tra siriani, tra iracheni, tra libici – rischiando che Daesh si impadronisca di aree sempre più grandi o che fallisca ogni entità statuale in questa area?

I tentativi in corso, le trattative di Ginevra sulla Siria guidate dall’inviato speciale dell’Onu Staffan de Mistura così come lo sforzo di insediare un Governo di unità nazionale in Libia attraverso l’azione di Martin Koebler, sono dannatamente difficili, richiederanno comunque del tempo e uno sforzo straordinario di tutti gli attori coinvolti. Ma non ci sono strade più facili da percorrere e con maggiori probabilità di successo.

Allora la seconda cosa che la politica deve fare è dire la verità. Se vogliamo sconfiggere Daesh e avere più sicurezza ci dobbiamo impegnare in questa area, e lo dobbiamo fare come europei perché stiamo parlando del confine meridionale del nostro continente. Non possiamo pensare di affidare ad altri, e in particolare agli Stati Uniti, il compito di garantire la nostra sicurezza. La fine dell’ordine bipolare ha creato da tempo un quadro nuovo, e gli europei farebbero bene a prenderne atto definitivamente. Italia ed Europa: non ci sono soluzioni che possano rinchiudersi dentro i ristretti confini nazionali. Essere uniti oltre il momento del dolore, del cordoglio, della commozione.

E’ molto probabile che una nostra connazionale (il riconoscimento è in corso in queste ore) sia tra le vittime degli attentati di ieri, come è accaduto per la povera Valeria Solesin a Parigi. Il lutto che oggi ci unisce agli altri popoli europei deve essere sufficiente per spingerci a costruire finalmente un servizio di intelligence comune, a controllare insieme le frontiere europee, a recuperare le motivazioni ideali e materiali che hanno fatto grande il progetto di integrazione. Possiamo difendere gli interessi materiali dei popoli europei se abbandoniamo i valori europei? Possiamo, viceversa, convincere i nostri cittadini che libertà, tolleranza, riconoscimento dei diritti di ognuno e di tutti sono valori irrinunciabili se non diamo risposte concrete di lavoro, di equità, di crescita economica alle nostre comunità?

La violenza terroristica aiuta sempre le forze di destra e i disegni autoritari… A meno che la democrazia e le forze progressiste non dimostrino di essere più forti, più convincenti, più credibili. Questa mattina ho partecipato per la Camera dei deputati alla cerimonia di ricordo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Sentendo ricordare i 326 nomi (e i 9 ignoti) di coloro che 72 anni fa persero la vita per mano nazista ho pensato che le generazioni passate – nel nostro Paese così come nel resto d’Europa – hanno saputo affrontare prove durissime, hanno sconfitto dittature feroci, sofferto la guerra, ricostruito paesi ridotti in macerie. Noi abbiamo solo sentito raccontare quelle storie di sofferenza ma anche di coraggio, di egoismi e fame ma anche di coesione e di fiducia nel futuro. Ora siamo alla prova, forse non eravamo preparati ad affrontare sfide così dure e complesse. Ma se c’è una classe politica in Europa degna di questo nome ora è il suo momento. Pensiamo ai nostri padri e nonni, cerchiamo nei loro sacrifici la forza per dare un futuro migliore ai nostri figli.

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