La peste dei concorsi universitari

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Il problema è che il reclutamento dei professori e dei ricercatori avviene secondo regole – le procedure concorsuali –che assicurano soltanto una regolarità formale della scelta

Corruzione dilagante» negli atenei italiani, dice il capo dell’Anticorruzione Cantone. È vero, la degenerazione c’è, diffusissima; se vogliamo combatterla efficacemente, però, dobbiamo mettere meglio a fuoco il fenomeno.

Nella maggior parte dei casi, non si tratta della stessa “corruzione” di cui soffrono diffusamente le nostre amministrazioni pubbliche, che si combatte con le denunce penali e le manette.

Il problema è che il reclutamento dei professori e dei ricercatori avviene secondo regole – le procedure concorsuali –che assicurano soltanto una regolarità formale della scelta, facile da rispettare anche quando nella sostanza il merito viene calpestato, perché si compiono scelte clientelari o nepotistiche.

P er un verso, è ben difficile che la scorrettezza della valutazione possa essere dimostrata in un’aula giudiziaria. Per altro verso, sarebbe preoccupante anche che la scelta dei professori finisse coll’essere affidata ai giudici. Se vogliamo che nelle università vengano scelti davvero i migliori, non servono regole formali diverse, cioè nuove procedure concorsuali: ne abbiamo già sperimentate di tutti i tipi. Occorre introdurre gli incentivi giusti. Più precisamente: occorre responsabilizzare gli atenei per la qualità della didattica e della ricerca, facendo sì che i peggiori vengano disertati dagli studenti, finiscano dunque col dover chiudere e i loro professori col perdere il posto. Come? Innanzitutto cambiando il sistema di finanziamento degli atenei.

Oggi in Italia è per quattro quinti a carico dello Stato e solo per un quinto fondato sulle tasse pagate dagli studenti; poiché all’università vanno molto di più i figli dei ricchi e gli introiti statali provengono per la parte maggiore dalle tasche dei meno ricchi, questo significa che i poveri finanziano l’università dei ricchi. Ma il difetto del sistema sta soprattutto nel fatto che il finanziamento è dato agli atenei per la maggior parte “a prescindere”, anche se la qualità della ricerca e della didattica è cattiva o pessima.

Se invece il finanziamento venisse prevalentemente dalle tasse di iscrizione, gli studenti sarebbero molto più attenti nella scelta tra le facoltà, penalizzando quelle nelle quali si insegna peggio e i cui laureati traggono minore beneficio dall’investimento compiuto. Per consentire a tutti –anche ai più poveri –di sostenere il maggior costo di iscrizione, e anche il maggior costo di mantenimento agli studi (perché scegliere la facoltà migliore vuol dire di solito sceglierne una lontana da casa), lo Stato dovrebbe offrire a tutti il prestito necessario: per esempio, 15.000 euro all’anno; col patto che questo prestito verrà restituito dall’interessato, a rate, soltanto se e a partire da quando incomincerà a guadagnare più di 24.000 euro.

Si chiamano income contingent loans: cioè prestiti da restituire solo se la scommessa risulterà vinta. Nel nuovo sistema si potrebbe prevedere che un fondo apposito (c’è già: si chiama Fondazione per il Merito, collegata alla Cassa Depositi e Prestiti) copra i prevedibili insuccessi, cioè i casi di laureati che non raggiungono il reddito minimo necessario per far scattare l’obbligo di restituzione, fino al dieci per cento del totale dei prestiti erogati; se gli insuccessi saranno più di uno su dieci, pagherà la facoltà. Ma se gli insuccessi saranno molti, la punizione per la facoltà meno virtuosa verrà prima ancora dagli studenti, che non la sceglieranno. Si obietta che una rivoluzione come questa (proposta cinque anni fa nel libro di Daniele Terlizzese e altri Facoltà di scelta, Rizzoli) è troppo radicale per essere realisticamente proponibile oggi nel nostro Paese. È vero. Però si può imboccare questa strada in modo graduale, con un esperimento su base volontaria, come proposto nel programma di Matteo Renzi per le primarie del 2012.

Per esempio, incominciando col consentire che le facoltà migliori, quelle che si sentono maggiormente in grado di reggere una sfida come questa, scelgano di entrare in questo regime: ad esse verrà dunque consentito di scegliere e retribuire secondo i propri criteri i docenti e i ricercatori, nonché di aumentare entro un certo limite massimo le tasse di iscrizione; e lo Stato attiverà contestualmente il corrispondente prestito per gli studenti che sceglieranno queste facoltà, da . Si iscriveranno a queste facoltà, ovviamente, soltanto gli studenti convinti che la qualità dell’insegnamento offerto valga l’investimento; e potranno farlo proprio tutti, anche i più poveri.

Se saranno pochi a iscriversi, oppure i loro esiti occupazionali saranno insufficienti, quelle facoltà perderanno la scommessa, dovranno chiudere, e i professori perderanno le loro cattedre. Se invece l’esperimento darà esiti positivi, saranno sempre più numerose le facoltà a scegliere di imboccare questa via, e sempre più numerosi gli studenti che vi si iscriveranno, avvalendosi se necessario dell’income contingent loan. A quel punto sarà anche più facile per lo Stato operare nel senso di un’accelerazione del superamento definitivo del vecchio modello. Avviare l’esperimento non obbliga alcuna facoltà né alcuno studente a parteciparvi: chi non approva l’idea può tenersene alla larga. Viceversa, qualcuno è in grado di indicare un solo buon motivo –economico, sociale, o di altro genere –per impedire a una facoltà che intenda farlo di raccogliere questa sfida e per privare gli studenti italiani della possibilità di partecipare a questa scommessa su di una università capace di competere con le eccellenze straniere e di tornare a essere davvero strumento di mobilità sociale?

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