La Pasqua di Francesco

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Il Papa è oggi l’unico leader globale che lavora senza pausa per la pace

La settimana che precede la domenica di Pasqua rinnova, anche in un pessimo cristiano come me, la memoria delle ultime e più dolorose fasi dell’esistenza terrena di Cristo. Nelle liturgie di questi giorni ciascun credente ritrova un rapporto più intimo e contemplativo con la propria fede.

Nemmeno io ho saputo resistere al suo richiamo e giovedì scorso sono entrato per la prima volta nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma. L’odore dell’incenso, la solennità del luogo, il contrasto di luci e ombre mi hanno quasi stordito. Siamo totalmente immersi in un continuo flusso informativo e di eventi, trovare il tempo di riflettere e meditare è stata una benedizione.

Il Giovedì Santo poi, non è un giorno qualunque per farlo perché rappresenta una fine, quella del periodo di Quaresima, l’inizio dei tre giorni che ricordano passione, morte e risurrezione di Cristo. Uno degli episodi forse più noti del Vangelo è quello della lavanda dei piedi, descritta da Giovanni al capitolo 13, che è avvenuta proprio dopo l’ultima cena rievocata dalla messa in “coena domini” che viene celebrata il giovedì sera. Lavare i piedi rappresentava un gesto di ospitalità, il mettersi al servizio dell’altro.

Ogni anno Papa Francesco naturalmente celebra anche questo rito. Stavolta si è recato dai detenuti di Paliano e alcune sue riflessioni sono state affidate a La Repubblica dello scorso 13 aprile. Lavare i piedi evoca l’idea di ripulire da ciò che è sporco, da quello che reca con sé una macchia ma qual è il peccato dell’uomo? «Penso che oggi il peccato si manifesti con tutta la sua forza di distruzione nelle guerre, nelle diverse forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più fragili. A farne le spese sono sempre gli ultimi, gli inermi. Mi viene solo da chiedere con più forza la pace per questo mondo sottomesso ai trafficanti di armi che guadagnano con il sangue degli uomini e delle donne. Come ho detto anche nel recente messaggio per la giornata mondiale della pace, il secolo scorso è stato devastato da due guerre mondiali micidiali, ha conosciuto la minaccia della guerra nucleare e un gran numero di altri conflitti, mentre oggi purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi».

Queste sono le parole del Pontefice riportate nell’articolo di Paolo Rodari. Parole importanti, dette da colui che appare come l’unico leader globale che lavora senza pausa per la pace e che tiene sempre alta l’attenzione nei confronti di un aspetto cui corriamo il rischio di abituarci, quello di un mondo sempre più violento. Sui media, in questa settimana trascorsa, abbiamo letto di conflitti reali, altri dimenticati, altri ancora paventati. L’attacco terroristico nella chiesa copta in Egitto, la notizia che gli Usa hanno sganciato la bomba Moab, acronimo di «madre di tutte le bombe», in Afghanistan contro i combattenti dell’Isis, le tensioni tra Usa e Corea del Nord, con voci di attacchi preventivi americani in caso di test nucleari nordcoreani.

Come vivere questi tempi di incertezza, paura e dolore? Ancora Papa Francesco, infatti durante la via Crucis del venerdì ha parlato tra le altre cose della vergogna per i naufragi, per le vittime innocenti, per chi è discriminato. Per tutti noi peccatori che crediamo n el l’Agnello di Dio e nella resurrezione, la buona novella è una promessa e allo stesso tempo un impegno, ma a volte è difficile prendersi cura della speranza. Perché, come cantava infatti Fabrizio De André «a redimere il mondo gli serve pensare, il tuo sangue può certo bastare. La semineranno per mare e per terra tra boschi e città la tua buona novella, ma questo domani, con fede migliore, stasera è più forte il terrore».

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