La nuova Yalta di Vladimir Putin

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epa05042514 Russian President Vladimir Putin enters a hall for ceremony of receiving letters of credence from newly arrived to Russia ambassadors of 15 countries in Moscow Kremlin, Russia, 26 November 2015. Putin said that the Turkish decision to down the Russian SU-24 plane in the territory of Syria contravenes common sense and international law.  EPA/SERGEI ILNITSKY

Il puzzle mediorientale si è arricchitto di nuove tessere, segnando l’ennesima svolta per tutti della guerra in Siria

Sei bombardieri russi Tupolev Tu-22M3 – ribattezzati dalla Nato con il più semplice nome di “Backfire”- , una base militare in Iran e il fantasma di Grozny. Sì, proprio Grozny, la capitale cecena la cui agonia sotto il fuoco dei cannoni di Mosca battezzò il passaggio all’anno 2000. Di queste nuove tessere si è arricchito da due giorni il puzzle mediorientale, segnando l’ennesima svolta per tutti della guerra in Siria, con l’ingresso in scena dell’Iran e un (sia pur limitato) accordo fra Usa e Mosca su Aleppo. La più rilevante di queste tessere ha a che fare con la base militare – vicino Hamadan, nell’Ovest dell’Iran – da cui sono partiti i bombardieri russi per attaccare le forze di opposizione al governo di Bashar al Assad in Siria. Forze sunnite, fra cui si contano varie sigle terroriste, compreso l’Isis. L’uso di queste basi aumenta notevolmente l’efficienza dell’attacco russo. I Tupolev, infatti, sono già impiegati in Siria, ma finora partivano da basi in Russia, mentre ora dall’Iran devono compiere un percorso di soli 400 km, riducendo così la lentezza delle operazioni.

In Iran inoltre i russi, secondo quanto dichiarato dal loro ministro della Difesa, hanno invitato anche un certo numero di aerei Sukhoi-34: il che fa pensare a un’ulteriore intensificazione della campagna militare di Mosca su Aleppo. Di questa accelerazione è l’Iran che raccoglie tutto il vantaggio politico. Mosca da tempo interviene in Siria, ma è la prima volta che i suoi aerei partono da un paese terzo. Con questa scelta, la più discussa, temuta, e probabilmente oggi più forte e abile delle potenze regionali, assume anche pubblicamente il ruolo di protagonista che già da tempo sta esercitando. Il paese degli Ayatollah, val la pena ricordare, nei due anni passati ha portato sue truppe, sotto il nome di “milizie volontarie”, in Iraq, Kurdistan, Siria, Yemen, e ha il comando ideologico/politico delle disciplinatissime forze di Hezbollah, che controllano Libano e dintorni. Ma finora questa presenza è rimasta come un dato di fatto, dichiarato ma non completamente calcolato nella geografia militare.

Ora, con la concessione delle basi alla Russia, il ruolo dell’Iran ottiene una ufficializzazione del suo ruolo di protagonista nel conflitto. Per il governo di Teheran è uno strepitoso successo, l’approdo di una manovra politica di lungo respiro che è stata costruita con sguardo lungo, cominciata con l’accordo nucleare fatto con gli americani. Con un calcolo che ogni giorno di più si rivela di lungo periodo, l’abbandono delle ambizioni nucleari ha dato al governo iraniano una agibilità politica e militare che prima non aveva. L’anno scorso la Russia e l’Iran hanno firmato un accordo militare; in maggio la Russia ha fatto a Teheran la prima consegna del sistema di difesa missilistico S- 300. Mossa resa possibile proprio per la firma dell’accordo sul nucleare.

L’Iran sciita, alleato della Russia che difende il governo di Assad (alleato chiave in Siria di Teheran) è così da due giorni fa il campione anche ufficiale della causa antisunnita in M edioriente. C’è poco da festeggiare perché questo è un elemento di ulteriore radicalizzazione – si possono già anticipare reazioni serie da parte della capitale sunnita per eccellenza, l’Arabia Saudita. Così come si può immaginare la non felicità di Israele in questa crescita di ruolo del suo arcinemico. Ma se l’Iran è dov’è oggi, lo deve certo alla sua abilità, alle ambizioni di Putin e all’acquiescenza degli Stati Uniti.

E qui arriviamo all’altra tessera calata due giorni fa nel puzzle del conflitto: è stato raggiunto un abbozzo di accordo, intorno al fato di Aleppo, fra Usa e Russia, da anni bloccate, nei vari quadranti del mondo (dall’Ucraina alla Siria passando per la Turchia) fra conflittualità e tentazioni di cooperazione. L’accordo è minimo, nelle parole come negli obiettivi, ma si segnala per essere uno sblocco dopo mesi di incerto dialogo fra le due potenze. Come per l’Iran , tuttavia, anche in questo caso l’accordo rivela più allarme che consenso. Negli ambienti che operano in politica estera la vicenda di Aleppo e le mosse di Putin di queste ultime settimane hanno un chiaro rimando di memoria – quello che successe a Grozny fra il Natale e il Capodanno del 2000.

Una storia dimenticata da quasi tutti e che pure può essere considerata una delle prime vicende in cui si forma lo scontro fra Islam radicale e l’Occidente. Ed anche il primo maggiore atto pubblico in cui si forma la leggenda di Vladimir Putin. Allora capo dell’Fsb, Putin viene nominato primo ministro da Boris Eltsin, nell’agosto del 1999. Eltsin è ben presto ripagato (e distrutto) dal primo ministro attraverso le rivelazioni della corruzione della sua famiglia (tra cui famosissimo il caso delle carte di credito di Stato della figlia di Eltsin). Putin richiama al potere un po’ di abili uomini dell’era sovietica – Viktor Chernomyrdin e Yevgeny Primakov, tutta gente per altro molto addentro al Medioriente per decenni di regno sovietico. Putin è parte del cosiddetto gruppo Nord dell’ex Kgb, incaricato ai tempi della Guerra Fredda della destabilizzazione della Nato.

La popolarità del primo ministro si costruisce tuttavia quasi subito sulla “vittoria” in Cecenia, paese ribelle permanente del giogo sovietico, e guidato da capi ribelli di convinzione musulmana radicale. In Russia alla fine degli anni novanta i ceceni vengono accusati di numerosi attacchi terroristi. Nello stesso agosto della sua nomina, Putin muove le truppe russe verso Grozny. La loro tattica è semplice ed efficace – dalle colline intorno, i cannoni a lunga gittata bombardano senza sosta la capitale cecena. Nell’inverno di quell’anno intorno a Natale, inviata del Corriere, sono stata testimone di quello instancabile bombardamento. Sotto la nebbia di un’altrettanto instancabile nevicata, i colpi dei cannoni atterravano sui condomini della città quasi senza rumore, rilasciando solo uno sbuffo bianco in aria. Al culmine di quell’opera di distruzione, Putin aprì un corridoio umanitario invitando la popolazione civile a lasciare il pericolo. Dopo l’operazione che portò in salvo qualcosa come 300.000 civili (ma i numeri sono sempre incerti) i russi entrarono in città. Il 6 febbraio 2000 la bandiera russa veniva issata su Grozny, facendone, come dichiareranno poi nel 2003 le Nazioni Unite, la città più devastata della Terra.

Vi ricorda qualcuno e qualcosa questa storia appena raccontata? Di certo questo ricordo ha avuto un’eco forte nella comunità politica internazionale quando, dopo i bombardamenti a tappeto, la Russia ha dichiarato poche settimane fa l’apertura di un corridoio umanitario. L’incertezza dell’Onu a cooperare, la richiesta del Palazzo di Vetro di voler esser la sola istituzione a gestire questi obiettivi umanitari, sono stati la prova di questa paura. Ad Aleppo si teme questo scenario oggi. Di sicuro lo temono gli Usa. Putin stesso, nel richiedere insistentemente un accordo con Washington su Aleppo, sembra voler calmare queste ansie e voler evitare di segnare la sua presenza in Siria come quella di Ivan il Terribile. Con tutte queste chiavi vanno dunque valutate le vicende di queste ore intorno alla Siria. Accordo limitato, ma che segnala tuttavia il formarsi di un nuovo panorama.

In poco tempo, la Russia con il suo determinato intervento in Siria, è riuscita a sdoganare l’Iran, a inserirsi nella alleanza Nato attraverso un forte appoggio alla Turchia, in cerca di nuovi amici, ed a ottenere un doppio filo con gli Stati Uniti, sia sulle operazioni militari ad Aleppo, sia, indirettamente, nel rapporto con l’Iran. Il prossimo passo è di fatto scritto: salvare il regime di Assad. Un obiettivo che sarebbe una vera smentita della politica fatta finora dagli Usa. Un imbarazzo pubblico per la supercandidata presidenziale Hillary Clinton. La cui elezione è a questo punto la tessera del puzzle da aspettare – sempre che le migliaia di civili prigionieri di questo conflitto possano attendere ancora.

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