La nuova P2, Precarietà e Paura

Terrorismo
epa05402248 Bangladeshi security forces stand guard as they seal off the streets close to a Spanish resturant, following a hostage taking, in Dhaka, Bangladesh, late 01 July 2016. Two police officials have been killed during the encounter while some gunmen reportedly took several people hostage, including some foreigners, inside a Spanish resturant. The law inforcement officials try to negotiate with the gunmen while the US-based SITE Intelligence Group quoted the Amaq News Agency as saying that fighters of the terrorist organisation 'Islamic State' (IS) carried out the attack.  EPA/STRINGER

Il vero avversario della sinistra e forse della speranza è la nuova P2 che dilaga nelle società occidentali

La tragedia di Dacca, tre giorni dopo Istanbul. Morti, sangue, famiglie spezzate. La globalizzazione del terrore sembra funzionare come compensatrice delle sconfitte che Isis sta subendo sul campo. Ma la minaccia è forte. Colpendo ovunque, colpendo chiunque, i terroristi ci dicono che non dobbiamo viaggiare, non dobbiamo vivere con gli altri, non dobbiamo conoscere la serenità. Il mondo globalizzato rischia di essere sospinto a chiudersi nel proprio paese, nella propria città, nella propria casa. E la vita di ciascuno sembra ormai appesa a un filo, alla scelta fortunata dell’aeroporto o del ristorante.

Tutto fragile, tutto dominato dal sospetto. Il vero avversario della sinistra e forse della speranza è la nuova P2 che dilaga nelle società occidentali. P2: precarietà e paura. Tutta la vita dei contemporanei è precaria : lo è il lavoro, lo è la previsione della vecchiaia, lo sono persino i rapporti sentimentali. Nessuna sicurezza, nella vita che si sta vivendo e in quella che si prevede. Non lo sottovaluti , la politica, questo dato ormai permanente del nostro vivere comune. Insieme si stanno liquefacendo tutti i fattori unificanti della vita collettiva: la fabbrica, la città, i partiti ( in una crisi spaventosa in tutto il mondo occidentale), i media. Persino la chiesa, salvata, per ora, da Papa Francesco.

La solitudine dell’uomo moderno, immerso in una gigantesca rete virtuale ma alle prese con l’incertezza del vivere e del sapere, genera paura e diffidenza verso l’altro. Sia un migrante, sia un altro europeo, sia una diversa generazione. La paura ruba il posto alla speranza, l’emotività alla ragione. Tutto, intorno a noi, parla di questo. Mi ha colpito enormemente ciò che è successo nei giorni scorsi a Radio3, uno dei preziosi presidi della vita culturale di questo paese.

Non lo racconterò, lascio che a farlo siano le parole di Nicola Lagioia, premio Strega dell’anno passato, importante scrittore italiano. Parole pubblicate su Facebook, scritte , immagino, sull’onda di una sorpresa e di uno stupore che Lagioia usa per farci riflettere. Facciamolo, stiamo per leggere le reazioni del pubblico colto di una rete colta a una scelta di umanità del nostro governo. Non indigniamoci solamente, cerchiamo di capire. Ecco le parole di Lagioia:

“Stamattina a Radio3 è accaduto qualcosa di (non solo per me) abbastanza impressionante . Tra Prima Pagina, Pagina3 e Tutta la città ne parla, che giustamente ha dedicato all’argomento la puntata. Durante Prima Pagina, il giornalista Gigi Riva commentava la notizia del recupero dei 700 corpi di chi è morto in mare nel corso del più grave naufragio mai registratosi nel Mediterraneo (quello della nave Ivory, inabissatasi nel canale di Sicilia il 18 aprile del 2015).Dal recupero, il riconoscimento, e dunque la sepoltura. Ebbene, mentre Riva parlava, son cominciati ad arrivare (via sms, mail, whatsapp, telefono) decine, forse centinaia di messaggi di ascoltatori indignati. Indignati perché il recupero dei morti ha un costo. E quindi? “Lasciateli lì, il mare è una sepoltura sufficiente. Con tutti i problemi che abbiamo!” dicevano i più moderati. “Basta con questi lacrimevoli sentimentalismi da politicamente corretto. Lasciateli in mare!” E poi, evangelicamente: “lasciate che i morti seppelliscano i morti”. O ancora: “per identificare le salme senza documenti prenderemo il dna a tutta l’Africa?” Ovviamente a tirare in ballo i fondamenti della nostra civiltà (da Antigone al corpo di Ettore) si viene accusati (oltre che di sentimentalismo politicamente corretto) di intellettualismo.

Ora. Su cosa diamine pensate mai che si fondino le civiltà, i sistemi politici, l’etica, le religioni, e la storia stessa del mondo, se non su principi, tradizioni, elaborazioni di pensiero, rivelazioni, idee di mondo? Senza le quali saremmo solo una landa screpolata che vive e muore sotto il sole in balia dello stato di natura. “.. Nei giorni successivi molti ascoltatori hanno reagito, a queste posizioni. Tuttavia resta il fatto che stiamo parlando di chi segue “Prima Pagina”. Il che dovrebbe far riflettere sull’idea che questi stati d’animo vivano solo tra chi è ai margini , sociali o urbani, della vita. E’un senso comune che si va diffondendo , che nasce dall’insicurezza e dalla precarietà.

La sinistra del nuovo millennio deve mettere a fuoco con drammatica urgenza questo tema: bisogna immaginare un nuovo welfare che dia sicurezza di vita a tutti , che costituisca un tappeto di certezze minime sulle quali si possano innestare le pari opportunità e la sfida del talento , dell’abnegazione, dell’onestà di ciascuno. Alla Direzione del Pd che si riunisce domani, con l’amore e la preoccupazione di chi ha fondato questo partito, vorrei chiedere solo che il dibattito sia all’altezza di questi tempi pericolosi.

Ad esempio credo che indebolire uno dei pochi governi riformisti d’Europa in questo momento sia un errore gravissimo. Bisogna aiutare chi governa a non sbagliare , a farsi più carico del disagio e del malessere sociale, a trovare le soluzioni giuste e le giuste forme di comunicazione per progetti di crescita economica e di giustizia sociale. Aiutare e farsi aiutare, così fa una comunità in tempi difficili. Parlarsi, ascoltarsi, capirsi, unirsi. Il vento che soffia è gelido. Non è tempo di furbizie e di intrighi, se non si vuole passare alla storia come i sagaci sistematori di sedie a sdraio sul Titanic.

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