La nostra sfida ottimista e razionale

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La velocità di condivisione insieme all’inattendibilità delle fonti contribuisce anche in questo caso a modellare una verità soggettiva, parziale che vanifica il potenziale informativo offerto dal web

Ci troviamo di fronte a un nuovo bipolarismo, netto e quasi impressionante, tra chi propaganda sfiducia e paura nei confronti del domani, e chi al contrario crede nel futuro e nel progresso. Arginare la prima tendenza è un compito politico non più rinviabile.

Siamo quotidianamente raggiunti da echi di scenari catastrofici. Davanti a calamità naturali, conflitti senza fine, cicliche crisi economiche e allarmi di carattere ambientale, è facile comprendere come l’ottimismo possa cedere il passo a uno scontato disfattismo.

Gli effetti della globalizzazione, la pervasività di vecchi e nuovi media, il peso sempre più crescente della tecnologia, hanno condotto ad un irrazionale e nostalgico rimpianto del passato, a una incondizionata riserva per tutto quello che rappresenta il prodotto della modernità. Anche le scoperte scientifiche vengono guardate con diffidenza invocando il principio di precauzione.

Tutti i passi in avanti ottenuti grazie al progresso sono osservati con scetticismo e paura. Ancora, tutto quello che è apertura, collegamento su scala globale viene osteggiato paventando complotti e macchinazioni varie. Secondo questa lettura, la modernità sembra aver raggiunto il suo capolinea in un’epoca senza prospettive e certezze, dove la verità non esiste più se non nella capacità di ciascuno di costruirsene una propria, su misura, senza corrispondenza a presupposti oggettivamente validi. Siamo forse di fronte agli effetti finali del paradigma postmoderno? Per fortuna esistono anche altre interpretazioni, decisamente più credibili e condivisibili.

Dando un’occhiata all’account Twitter dell’autore svedese Johan Norberg, si vedono alcuni grafici che non lasciano spazio ai dubbi: quello che fotografa la riduzione della povertà dal 1820 al 2015; quello in cui si dimostra che ogni giorno 138mila persone escono da questa condizione; oppure quello relativo a l l’aspettativa di vita, con tanto di didascalia che mostra l’aumento vertiginoso negli ultimi 100 anni.

In effetti se osserviamo gli indici su povertà, mortalità infantile, alfabetizzazione, diritti delle donne e delle minoranze, è facile dimostrare i progressi fatti d a l l’uomo nel corso dei secoli. Dati verificabili, fatti oggettivi davanti ai quali dovrebbe facilmente cadere ogni sscetticismo.

Da una parte quindi ci sono i profeti d el l’apocalisse che hanno un’insanabile sfiducia nelle capacità dell’umanità, portatori di una visione millenarista, cupa, antiscientifica, e dall’altra c’è chi ha fiducia nell’uomo, nella sua adattabilità al cambiamento, nella ricerca continua e nell’anelito al progredire.

Personalmente non ho dubbi da che parte stare, cioè con la ragione, con la scienza, al fianco di chi ipotizza soluzioni e non formula congetture, dalla stessa parte di chi propone una visione e non di chi preannuncia ineluttabili sciagure. Di fronte abbiamo un nichilismo pessimista alimentato da paure che stanno tracimando in tutti gli ambiti d’azione, non ultimo la politica. In questo caso, la sfiducia nelle capacità dell’uomo si trasforma in diffidenza nella competenza e nell’onestà degli attori politici.

Si è convinti che non arriveranno risposte alle proprie istanze e si diventa facilmente preda delle sirene populiste. Con la rete e i social network ciascuno cerca contenuti che si adattano alle proprie opinioni andando spesso ad alimentare pregiudizi preesistenti e convinzioni errate. La velocità di condivisione insieme all’inattendibilità delle fonti contribuisce anche in questo caso a modellare una verità soggettiva, parziale che vanifica il potenziale informativo offerto dal web.

La nostra sfida, ottimista e razionale, deve essere quella di porre un freno a questa tendenza. La possiamo vincere se mettiamo al centro della discussione politica la ragione e la scienza.

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