La nostra Parigi fra l’acqua e il fuoco

Francia
epa05342818 A general view of the Seine river shows a partially submerged street lamp next to the Alexandre III bridge in Paris, France, 02 June 2016. Floods and heavy rain drenched about a quarter of the French territory over several days.  EPA/YOAN VALAT

L’incredibile paradosso di un paese infiammato dalle proteste in queste ore sott’acqua per le piogge

La classica maledizione dei settimanali ha colpito L’Espresso che in copertina spara il titolo “Parigi brucia” con riferimento alle clamorose proteste contro la loi travail mentre le tv rimandano le immagini di una Parigi che va in barca, flagellata come tutta la Francia da piogge torrenziali. 

Parigi, culla di una letteraria ma in qualche modo reale doucesse de vivre, la Francia che “per gentilezza” – come scrisse Marc Fumaroli – non ha eguali nel mondo, i francesi che noi troviamo poco amabsisleyili ma che sono pur sempre gli ultimi rampolli di una lunga primazia culturale, le terrasses dei cafè con i tavolini rotondi fradici, le guglie gotiche che paiono piegarsi, i meli di Normandia piegati, i villages terrorizzati, la Senna imbizzarrita, e i politici francesi che si barcamenano come possono: questo è il quadro, e non è l’impressionismo che amiamo, ché anche i quadri del Louvre e del Musée d’Orsay si stanno mettendo paura. Ed è un paradosso anche questo, che l’acqua amata da Monet, Sisley, Pissarro sia oggi non più gioiosa ma assassina.

Ségolène Royal lancia l’allarme su altri possibili morti, François Hollande – che ha alle spalle mesi da non aDans-Elle-Francois-Hollande-se-livre-sur-Segolene-Royal-la-mere-de-ses-enfantsugurare a nessuno: fra Charlie Hebdo, Bataclan, proteste e inondazioni è il presidente francese più sfortunato della storia – cerca di darsi da fare. Eppure oggi Le Figaro informa che in casi estremi il governo si trasferirà al castello di Vincennes, alla periferia di Parigi, dove il Re fece uccidere il duca d’Enghien – uno dei grandi misfatti della monarchia borbonica – e la “fuga” del governo rievocherebbe involontariamente pagine tetre, da Varennes a Vichy. Un ennesimo ricorso storico maledetto.

Dunque per una bizzarria della Storia o della Natura, è arrivata inclemente l’acqua a spegnere i fuochi della Grande Protesta di questo inizio del secolo, un maggio francese dei giorni nostri, meno sognante di quello, questo è più arrabbiato – anzi: furente – una protesta tosta come i francesi sanno fare – forse qualche gene del 1789, del 1830, del 1848, del 1870, del 1945, infine del 1968 è rimasto, nel dna dei francesi. Alimentato, stavolta, da un malessere che va oltre la questione, pur centrale, del lavoro e dei diritti, del salario e delle tutele: sempre sull’Espresso leggiamo Marc Augé, grande intellettuale che conosce come pochi le vicende della sinistra francese, mettere in luce l’estraneità dei raduni della Nuit debout studenteschi a387783_Camus - Sartrel sindacato – la Cgt – che comunque hanno in comune l’avversione per il riformismo che è (dovrebbe essere) incarnato dal governo di Manuel Valls. E però forse stavolta la politica non spiega tutto, c’entrano categorie come il senso della vita, del futuro, chissà se gli esistenzialisti saprebbero dire qualcosa al riguardo.

 

Impossibile sapere oggi come finirà lo scontro politico sulla loi travail. Probabile che nella prossima fase parta un qualche negoziato, che si ritocchi, si limi, si medii. La politica d’altronde è nata per questo. E dunque è possibile che le parti più estreme di un Movimento che non è un Movimento vengano messe ai margini e che alla fine la sostanza della legge passi, e in Francia quando la loi passa è da rispettare. Ma se tornerà la calma, sarà una calma con tanti lividi e ferite sulla politica, sui giovani, sul governo. Fino al prossimo fuoco.

chambordMa intanto la Francia e Parigi soffrono per l’acqua che incredibilmente sta spegnendo il braciere sociale.

Le grandi campagne francesi, quelle delle lunghissime distese giallo grano bagnate da fiumiciattoli e ruscelletti ad ogni passo, avranno danni enormi. Quelle pianure dove ogni tanto svetta un campanile medievale, o sorge magico un castello, come quello di Chambord, dove si incontrarono Francesco I re di Francia e l’imperatore Carlo V, che vediamo specchiarsi nella pioggia.

E la nostra Parigi aspetta la piena, in queste ore, e i suoi famosi ponti sono ormai lambiti dalle acque, con la Cité che pare sul punto di annegare, e “i bei Lungosenna alberati, dove l’estate si allestisce, a zavorrate di sabbia, una spiaggia fittizia per chi non va in vacanza, sono scomparsi”, scrive oggi su Repubblica la grande francesista Daria Galateria; e la Conciergerie, la prigione di Maria Antonietta attigua al Palais de justice, con i suoi labirintici corridoi ove Balzac ambientò paurosi intrighi e malefatte, guarda con preoccupazione – lei che pure ne ha viste tante – il vecchio fiume che si gonfia come il popolo quando si rivolta.

 

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