La nevrastenica crociata del No. Un’analisi sulla “post-verità”

Referendum
berl-trav

La propaganda anti-referendum è piena di semplificazioni e di bugie

La sinistra – o meglio, in una certa sinistra nostalgica della Prima Repubblica e ostile alla contemporaneità postmoderna – le tecniche di comunicazione sono tutt’oggi percepite come uno strumento surrettizio (per di più di fattura berlusconiana) finalizzato a circuire l’opinione pubblica: per questo la cosiddetta minoranza dem e i gruppuscoli minoritari che fluttuano alla sinistra del Pd continuano a vedere in Matteo Renzi non semplicemente un outsider o un corpo estraneo, ma addirittura l’erede universale del berlusconismo – un perfido impostore che, ammantatosi di una vernice liberal, s’è imbucato nella sinistra italiana per determinarne una mutazione genetica.

L’ascesa politica del premier – tanto quella all’interno del partito quanto quella istituzionale – agli occhi dei suoi avversari interni sarebbe viziata all’origine da uno storytelling truffaldino, extrapartitico e dunque privo di qualunque ufficialità, berlusconiano nella forma se non perfino nella sostanza, come già accennato.

È facile comprendere quanto questo approccio alla figura di Matteo Renzi sia pretestuoso e campato per aria, lo è a maggior ragione constatare quanto diventi demenziale se esteso alla campagna per il Sì che il premier e i suoi stanno portando avanti.

È una campagna superficiale, semplicistica? Certo che lo è: la comunicazione è naturaliter superficiale, il messaggio deve giungere chiaro al destinatario (il consumatore, il lettore, l’elettore) senza indulgere in approfondimenti.

È patetica? Può darsi. Insiste sulla riduzione dei costi della politica per capitalizzare il vento antiestablishment che spira in occidente? Probabilmente sì, e dunque?

I referendum – così come qualunque istituto di democrazia diretta – assolutizzano il ruolo e l’efficacia della comunicazione, spingendo le forze che agiscono nell’agone politico a un abuso di slogan e semplificazioni demagogiche: bisogna conquistare le masse, il tanto invocato “merito”, specie se si tratta di questioni eminentemente tecniche, non può che essere marginalizzato, relegato a un lusso per addetti ai lavori.

Dopodiché s’è vivaddio avviata – da una parte e dall’altra – la produzione di una copiosa pubblicistica costituzionale che, sebbene non immune da faziosità di sorta (com’è fisiologico: la neutralità assoluta non esiste, esistono l’onestà intellettuale e la correttezza deontologica), vanta il merito di approfondire come si deve la tematica oggetto di referendum con uno stile divulgativo accessibile anche ai non addetti ai lavori.

Certo, si rischia di degenerare nell’estremo opposto – il dibattito pre-referendario comincia a somigliare aun seminario giuridico –, ma meglio un sovrappiù di informazioni e congetture che la ricezione passiva di slogan preconfezionati.

Basterebbero queste ovvie e banali puntualizzazioni, figlie esclusivamente del buonsenso, per assolvere Renzi dalla stragrande maggioranza delle accuse che gli vengono mosse in queste settimane, se non fosse che proprio la quasi totalità dei suoi antagonisti – “rossi” e non solo – promuove a sua volta una narrazione del No assai più spregiudicata e bugiarda.

Gli alfieri del No sono in perfetta sintonia con l’éra politica corrente, quella della così battezzata post-verità: la menzogna assurge a paradigma del discorso pubblico, farne uso è non solo legittimo ma perfino doveroso.

La paternità del neologismo la si deve a Ralph Keyers, e anche se non descrive nulla di inedito – decine di studiosi e intellettuali hanno scritto dell’incompatibilità fra politica e verità, Hannah Arendt e Pier Paolo Pasolini su tutti – fotografa efficacemente il metodo che le forze politiche populiste hanno adottato per incrementare il consenso (in un altro referendum, quello tenutosi quest’estate nel Regno Unito, i pro Brexit hanno inquinato il dibattito pubblico con una spropositata quantità di bufale ahinoi rivelatesi determinanti).

Carlo Fusaro cura, su queste pagine, la rubrica «I pinocchi del No», un puntuale fact checking delle bufale ribadite sino allo sfinimento da politici e intellettuali ostili alla riforma; su Facebook la pagina «Basta un sì» smaschera quotidianamente suddette bufale tramite microclip di pochi secondi: rimandiamo a quelle sedi per una trattazione specifica e tecnica delle inesattezze più gettonate.

Quel che interessa sottolineare, qui, è quanto sia sleale e ingannevole una narrazione – quella del No, per l’appunto – che paventa la «deriva autoritaria» (il complesso del tiranno affligge l’establishment politico- culturale di questo Paese sin dal ’47) ridestando la retorica resistenziale e i bollori bellici di qualche ex partigiano ormai ottuagenario pronto a imbracciare nuovamente il fucile; che solletica la pancia giustizialista degli elettori polemizzando sull’immunità che verrebbe garantita ai consiglieri regionali e ai sindaci eletti al Senato (una guarentigia essenziale ai fini della tripartizione dei poteri); che ammicca alla mentalità complottista della constituency grillina ipotizzando interventi occulti della JP Morgan e più generalmente delle multinazionali e dei “poteri forti” (evergreen intramontabile) nella stesura della riforma; che urla all’ingerenza in seguito a qualunque endorsement estero al Sì in barba agli spot pro Brexit o pro Bremain di qualche mese fa e ai défilé allestititi ad Atene dai politici nostrani in occasione del referendum in Grecia; che cavalca la piaga dell’analfabetismo funzionale per squalificare la nuova formulazione dell’articolo 70 – e via enumerando: quella per il No è, come si diceva, una portentosa e nevrastenica crociata che si fa beffe della veridicità delle argomentazioni portate a sostegno delle proprie tesi.

È evidente che in politica – e a maggior ragione in campagna elettorale – tutto o poco meno è concesso, perfino accusare l’avversario di abusare di slogan e semplificazioni dall’alto di una campagna propagandistica fondata sulla menzogna.

Bisogna solo sperare che ogniqualvolta un alfiere del No manifesti il proprio fastidio per le modalità con cui Renzi e i suoi sponsorizzano il Sì avverta quel brivido noto come “senso del ridicolo”.

Vedi anche

Altri articoli