La musica scompare dalla Rai tra figuracce e chiusure

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La scultura del cavallo morente nella sede Rai di viale Mazzini. Roma 13 marzo 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

La Rai riuscirà a ricuperare 20 anni di mancata innovazione?

Aldo Grasso sul “Corriere della Sera” ha criticato la Rai per aver ricordato la morte di David Bowie, il 10 gennaio scorso, con una copertura da “minimo sindacale”. Ha scritto il critico tv: “David Bowie e la Rai. La morte della star che ha rivoluzionato il rock si è meritata persino un commento dell’Osservatore romano: ‘Una personalità musicale mai banale, via via costruita grazie alle frequenti incursioni in altre forme artistiche – prima tra tutte la pittura, ma anche cinema e teatro – e grazie all’apertura a innumerevoli suggestioni’. E la Rai come l’ha trattata?”. Conclude poi Grasso: “La Rai non è in grado di spostare ad altra data un documentario di Alberto Angela per far posto a uno speciale su Bowie? Allora meglio Mediaset. Duro il lavoro che attende il dg Campo Dall’Orto”.

Una Rai ingessata, come nota Grasso, che fatica sempre di più a stare nella contemporaneità, ad esempio quando si parla di musica, la principale forma d’arte che utilizza lo stesso linguaggio in tutto il mondo.

In Rai sono quasi scomparsi i programmi musicali, che non siano talent o speciali monografici, o eventi come Sanremo. Le nuove piazze virtuali, come Deezer o Spotify, dove soprattutto i giovani costruiscono il loro palinsesto musicale on demand,  sono tabù per viale Mazzini.  “La musica in TV non fa ascolto”, è la cantilena dei dirigenti delle reti Rai. Le incursioni spot di monografie e concerti nei palinsesti tv sono dedicate sempre ai soliti noti, sotto lo sguardo vigile delle major del disco, che dettano le regole del mercato. I concerti live nei centri di produzione Rai non si organizzano più. Saracinesche sempre abbassate per artisti emergenti ed etichette indipendenti.

Un quadro sconfortante, nel quale  anche l’unico spazio rimasto ha chiuso i battenti: Ghiaccio Bollente su Rai5, la ‘Rete della Cultura’. Nel panorama delle 13 reti Rai non esiste più un programma dedicato espressamente alla musica.

Ghiaccio Bollente è stato chiuso senza offrire spiegazioni né ai telespettatori né al piccolo gruppo che lo produceva (1 autore, 1 autore/ presentatore, 1 regista per le esterne + 1 regista di studio, 1 capoprogetto, 1 segretaria di redazione, 1 assistente alla regia, tutti interni). Sarebbe poco comprensibile se le motivazioni della chiusura fosse economiche: si parla di costi molto contenuti, stimati per la produzione annuale intorno ai 120mila euro (più il costo di 5 turni di montaggi interni e 5 esterni, più un turno di studio a settimana, costi trasferiti internamente), oltre agli acquisti, circa 200mila euro per 100 film/doc replicabili (che coprivano 5 ore circa di trasmissione quotidiana). Circa mille euro al giorno tutto compreso. Una chiusura che ha provocato una spontanea raccolta di firme sulla rete.

Quello che chiede la petizione ‘per salvare GB’ (che ha superato le 27mila adesioni) è che non solo questa fascia, che aveva evidentemente un seguito molto maggiore e più fidelizzato di quello che i numeri (e la percezione dei dirigenti) raccontano, venga mantenuta, ma anzi rafforzata – e portata su Reti visibili ovunque e in orari non solo per nottambuli. In questa totale mancanza di una strategia culturale della Rai sulla musica si ripiega sull’offerta radiofonica. Dei marchi storici sopravvive solo Stereonotte, su Radio1 ma sono diversi i programmi di genere, aperti anche alla musica indie e nati negli ultimi anni, dei quali non c’è traccia nelle campagne di promozione della Rai: da Music club a King Kong fino ai più recenti Latitudine soul e Beat Connection.

Il rischio è quello di perdere professionalità che consentono il coordinamento fra strutture autorali, produttive e con competenze tecniche differenti, oltre a un lavoro sui social e l’integrazione di contenuti, che finora hanno permesso alla Rai non di competere ma almeno di offrire qualcosa agli abbonati. Con l’inserimento del canone nella bolletta energetica, l’evasione viene di fatto resa impossibile. Gli interrogativi sul pagamento, quindi, potrebbero aumentare. Un appassionato di musica (ma potrebbe valere anche per altri ambiti) potrebbe domandarsi perché debba pagare il canone se la Rai non si occupa di musica, perché sia obbligato a corrispondere la cifra per un servizio se quel servizio fosse ritenuto scadente.

Se la nuova dirigenza vuole ispirarsi alla Bbc, su questo deve fare ancora molto. Luca De Gennaro, capo programmazione Mtv, su Facebook riferisce le caratteristiche richieste dalla radio pubblica inglese per ricoprire il ruolo di responsabile musicale di Bbc Radio: «Il ruolo ricoperto dal network BBC nella scoperta, sviluppo e lancio di nuovi artisti non è secondo a nessuno. E’ cruciale che la radio lavori in stretto contatto con l’industria musicale inglese e che Radio 1 e 1Xtra siano al centro della vita dei giovani fan inglesi della musica».

La musica in tv (ma non solo la musica). E’ un vecchio discorso, mai seriamente affrontato. La chiave è la declinazione in formati diversi, forse anche per pubblici diversi, e attraverso piattaforme tecnologiche differenti. La Televisione sta andando in direzioni nuove. Nel futuro prossimo (lo teorizza anche Tim Cook, CEO di Apple), gli spettatori guarderanno (su qualsiasi piattaforma, tv , smartphone o i-Pad) le App di singoli programmi/eventi/ serie televisive. In altre parole, una App conterrà non solo tutto quello che si vede ora in tv di questi programmi, ma una serie potenzialmente infinita di contenuti aggiuntivi e integrativi. Molti dei siti della Rai, invece, non sono stati neppure progettati per i device mobili.

E’ pronta a questa trasformazione un’azienda  di servizio pubblico che al momento ha solo un canale HD contro i 30 di Sky? E’ pronta la Rai a cogliere occasioni di commercializzazione internazionale (pensiamo ai documentari sull’Italia, come quelli di Angela) che ora non considera neanche? La Rai riuscirà a ricuperare 20 anni di mancata innovazione?

La Rai ha deciso di uscire da You Tube e diventare fornitore di contenuti proprietari. Questa costruzione del ‘private garden’ (cioè un ambiente chiuso nel quale si è proprietari e in controllo del flusso – pubblicitario, innanzitutto) è giusta per un network che offre servizi che dovrebbero arrivare a più persone possibili?

Peraltro la piattaforma on-demand Rai rende piuttosto difficile la ricerca del materiale cercato. Oggi, se si volesse cercare i materiali dedicati a Bowie sull’on-demand della Rai, sarebbe difficile o, peggio, impossibile. Ma cercando Bowie su You Tube si trova tutto quello che lo riguarda. Un metodo che può apparire complesso e cervellotico, contro uno strumento facile e intuitivo, lascia pensare che non ci sia partita.

Sulla strategia in campo musicale della Rai, in particolare sulla chiusura di programmi come Ghiaccio Bollente, presenterò un’interrogazione parlamentare per avere risposte dalla dirigenza del servizio pubblico.

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