La moratoria interna al Pd, lo scontro adesso è nel Paese

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DIREZIONE5

Se prevalesse il No alle riforme tutto il Partito democratico ne uscirebbe bocciato. Non c’è un alternativa a Sinistra di Renzi, ci sono solo Grillo e Salvini

Chissà se i giornali di oggi (come i siti di ieri) esibiranno il solito, vistoso titolo sulla spaccatura interna al Pd, sullo scontro con la minoranza, sulle lacerazioni che già infiammano il vertice e che s’apprestano a dilagare in periferia da qui al referendum costituzionale di ottobre. La “spaccatura del Pd” è ormai un genere giornalistico a sé, alimentato dalla pigrizia dei commentatori più che dalle intenzioni dei protagonisti – molti dei quali hanno altro da fare e da dire – e destinato a influenzare ancora a lungo le cronache. E, come tutti i luoghi comuni, contiene una parte di verità diluita in molte parti di acqua fresca.

Il punto politico della Direzione di ieri – una riunione breve e senza particolari novità nell’articolazione delle posizioni interne – sembra a noi un altro, e riguarda non la “spaccatura” ma, semmai, il suo rovescio: e cioè la “moratoria” suggerita da Matteo Renzi e accolta, non senza qualche precisazione polemica, da Gianni Cuperlo. Il silenzio degli altri esponenti delle minoranze, a cominciare dal suo segmento maggiore, quello bersaniano, di per sé non significa adesione, ma certo può leggersi come un’almeno generica disponibilità.

Il fatto è che il Pd ha ormai esaurito il tempo della infinite discussioni interne, degli esasperati distinguo, delle minacce e delle recriminazioni. Chi voleva andarsene se n’è andato, chi ha scelto di restare è restato. E chi resta ora dovrà combattere, volente o nolente, una battaglia chi tutti giustamente dichiarano decisiva: quella del referendum di ottobre. In altre parole, lo scontro adesso è nel Paese, fra gli elettori, nella realtà: da una parte c’è il “partito della riforma”, che coincide in gran parte con il Pd, e dall’altra c’è l’etereogeneo fronte del No che unisce tutti i conservatori d’Italia.

Se fosse quest’ultimo a prevalere, se la riforma fosse bocciata nelle urne, tutto il Partito democratico ne subirebbe le conseguenze. Renzi ha più volte annunciato che lascerà (non solo palazzo Chigi, ma la politica) in caso di sconfitta, e qualcuno ha voluto leggervi una personalizzazione azzardata dal sapore sgradevolmente plebiscitario. A dire il vero si tratta di un’ovvietà democratica: Renzi è andato al governo per fare le riforme, e se gli italiani le bocciano vuol dire che ha sbagliato sul punto essenziale, costitutivo. Ma se gli italiani bocciano le riforme, bocciano anche il Pd.

Non c’è, nel Parlamento e nel Paese, nessuna alternativa di sinistra al renzismo: c’è invece il fronte variegato delle forze populiste pronto a tentare anche in Italia la spallata. L’unico vantaggio (per la democrazia) è che da noi è un fronte diviso fra Salvini e Grillo.

La necessità dell’unità interna nasce dunque da una semplice considerazione fattuale. E’ il realismo a spingere il Pd verso la “moratoria degli insulti”, e la mobilitazione annunciata da Renzi per i prossimi mesi (agosto incluso) non chiede alla minoranza il favore di comportarsi bene, ma pone a tutti – maggioranza e minoranza – una questione per dir così esistenziale: siamo arrivati fin qui tutti insieme, con fatica e senza risparmio di polemiche, e ora siamo tutti in gioco.

In cambio, Renzi ha offerto ciò che la minoranza aveva cominciato a chiedere e che, dopo le amministrative di giugno, avrebbe probabilmente chiesto con maggior insistenza: l’anticipo del congresso. Incassato il referendum, si potrà riaprire la discussione interna: per un mese, per sei mesi o per un anno intero, nelle forme che si decideranno tutti insieme, con le primarie o con le tesi, all’antica o all’americana – le forme sono importanti, ma a Renzi, com’è noto, interessa soprattutto la sostanza. E la sostanza è chiarissima: a ottobre il Pd, tutto il Pd si gioca la partita della vita.

 

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