La modernità di Sanremo e l’inutilità del maschio

Il Sanremone

La dirompente modernità del Festival di Sanremo dimora anche nel definitivo rovesciamento dei ruoli che la società e la tv attribuiscono ai sessi

La dirompente modernità del Festival di Sanremo non dimora soltanto nel proliferare gioioso e incontrollato di sciarpe, spille, papillon, nastri e adesivi arcobaleno a sostegno dell’amore e del matrimonio omosessuale, ma anche – forse più nascostamente, ma in modo non meno emblematico – nel definitivo rovesciamento dei ruoli che la società e la tv attribuiscono ai sessi. L’uomo – sul palco dell’Ariston meravigliosamente incarnato da Gabriel Garko – è definitivamente confinato nel ruolo di bello e scemo; la donna – la strepitosa Virginia Raffaele – è invece intelligente, ironica, politicamente accorta.

Sanremo non inventa mai nulla, ed è tutta qui la sua forza: registra i cambiamenti, come una lastra fotografica o un sismografo. Lo slittamento progressivo del maschio, sempre più inutile, incerto e ridicolo al cospetto della femmina, macchina da guerra multitasking, è un dato ormai consolidato delle società postindustriali avanzate. Noi maschi, del resto, siamo stanchi: da diecimila anni ci siamo attribuiti l’onore e l’onere di mandare avanti il mondo, fare la guerra, governare la pace, lavorare come bestie, sgomitare per il potere, guadagnarci il pane. E’ tempo di andare in pensione una volta per tutte, con serenità, passando il testimone alle nostre ben più fresche e abili compagne.

Ieri gli autori del Festival, che come ogni cuoco – anzi, casalinga – che si rispetti sanno improvvisare un piatto con gli ingredienti che si ritrovano in cucina, hanno giocato sulla goffaggine di Garko facendogli recitare la parte dell’imbecille: ad un certo punto ha letto approssimativamente un foglietto per spiegare che non sempre era costretto a leggere il gobbo per sapere che cosa dire, e poi ha letto anche la parte che spiegava di ripiegare il foglio e rimetterlo in tasca. Risate in sala e applausi, naturalmente: come ad esorcizzare la tremenda verità che il bel Garko offriva in mondovisione. E cioè che gli uomini, oramai, servono soltanto come oggetti estetici, icone programmaticamente prive di cervello, per la gioia del pubblico femminile (e maschile, perché no).

Al contrario, Virginia Raffaele ha trionfato nei panni di Sabina Ferilli, nella maschera di Carla Fracci e, ieri, nella plastica di Donatella Versace, evitando accuratamente tutti i luoghi comuni dell’umorismo maschile (a cominciare dalla volgarità) per intrattenere con intelligenza, arguzia, leggerezza e acume – cioè con le doti e le qualità che oggi appartengono assai più alle donne che agli uomini, facendone nei fatti la nuova, vera classe dirigente.

Il pubblico – ieri sera gli spettatori sono stati 10 milioni e 462mila, pari al 47.88% di share, con un leggero calo di poco più di 100mila spettatori rispetto all’anno scorso – continua ad apprezzare il Festival e la sua modernità dissimulata, silenziosa, inesorabile. L’inutilità del maschio, plasticamente evidente sul palco dell’Ariston, è oramai un dato di fatto condiviso.

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