La mia vita a 15 chilometri dalla bandiera nera dell’Isis

Dal giornale
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Padre Ghazwan è il parroco di Alqosh, un paese di 6mila abitanti che assieme a molti altri villaggi cristiani popola dal I secolo la storica Piana di Ninive (nord dell’Iraq). “La città più importante nelle vicinanze è Mosul che è anche il capoluogo della zona. Il mio paese – dice – sta proprio ai confini tra la regione di Mosul e la regione autonoma del Kurdistan, siamo cioè nel mezzo tra gli arabi e i curdi”

IL 9 GIUGNO 2014

“La mia diocesi  raccoglie 8 villaggi e copre i 35 chilometri che separano Alqosh da Mosul. La mattina del 9 giugno del 2014 ci siamo alzati e abbiamo visto l’arrivo di centinaia di famiglie fuggite da Mosul . Uomini e donne ci hanno riferito che l’esercito a Mosul era stato sconfitto e che la città era caduta in mano a chi non si sa chi… Il governatore era fuggito e anche i soldati – quasi 50mila – avevano lasciato le armi e si erano dati alla fuga. Dicevano che c’era stata un’invasione di jihadisti. Dopo circa due settimane si è capito tutto: il “califfo” al-Baghdādī ha dichiarato la nascita dell’autoproclamato Stato Islamico che comprendeva tutte le zone cadute fino a quel momento sotto il suo controllo. Era l’atto ufficiale della crescita dell’Isis (cioè Islamic State of Iraq and Syria in italiano sarebbe Stato Islamico di Iraq e Siria). Una manovra che aveva  annullato i confini tra Iraq e Siria. Proprio dalla Siria l’Isis era entrata prendendo la città di Mosul. E i soldati islamici non hanno incontrato troppe resistenze in quanto Mosul è abitata per il 90% da sunniti, legati all’Isis. Si può dire quasi che abbiano aperto le porte all’Isis. Chi si opponeva all’entrata del califfo, e ce ne erano anche tra i musulmani, è stato costretto a fuggire”.

TRE SCELTE

“Nello Stato musulmano il cristiano ha tre possibilità: 1) convertirsi all’Islam; 2) pagare la jizya, una cifra enorme che nessuno può permettersi di pagare (si aggira intorno ai 450 dollari al mese. Ndr), che garantisce la sopravivenza ma non il diritto di praticare la fede cristiana; 3) lasciare l’impero musulmano entro 48 ore portando con sé solo i documenti e lasciando denaro, oro, beni mobili e anche l’automobile. Da Mosul sono fuggiti circa 200mila cristiani. Dopo pochi giorni sulle case lasciate dai cristiani veniva disegnata una grossa lettera N, cioè Nazareno. E la casa veniva confiscata, diveniva automaticamente proprietà dello Stato islamico. Le chiese invece vengono trasformate in Tribunali e palazzi di giustizia mentre altre sono diventate delle moschee, altre bruciate”.

IL 6 AGOSTO 2014

“Il 6 agosto del 2014 i soldati dell’Isis hanno fatto un’altra avanzata. Visto che a sud di Mosul si erano già impossessati di Tikrit arrivando fino alle porte di Baghdad, gli uomini del califfo hanno deciso di puntare verso nord in direzione del Kurdistan prendendo tutti i villaggi che fanno parte della zona di Mosul. La maggior parte della popolazione di questi luoghi è cristiana o di religione yazida. Questi ultimi sono di etnia curda e sono particolarmente odiati dall’Isis perché tra le credenze yazide c’è anche l’adorazione di Satana che invece l’Islam combatte. Nell’avanzata del 6 agosto l’Isis ha fatto delle stragi di yazidi. Si calcola che ne siano stati uccisi circa 5000, altrettanti catturati e venduti come schiavi. Ben 50mila yazidi sono fuggiti anche perché la loro religione non è considerata dall’Isla, allo yazida non è dato scegliere: o si converte o viene ucciso”.

LA FUGA

“Noi siamo scappati verso il Kurdistan, le nostre mete erano le città di Arbil, Kirkuk e Sulaymaniyya. Ci sentivamo più sicuri perché l’esercito curdo era alle porte di Mosul ed era sceso in campo per difendere i villaggi cristiani. Perché lo fanno? Va detto che i curdi sono sunniti e non arabi, quando durante la dittatura di Saddam Hussein i curdi venivano perseguitati molti si sono rifugiati nei villaggi cristiani del nord dove hanno trovato ospitalità. Ora i curdi si sentono in debito e non hanno alcuna avversione nei confronti dei cristiani e ci hanno dato asilo, cosa che non hanno fatto con gli altri musulmani in fuga da Mosul. I curdi non si fidano degli arabi. I numeri della fuga di quella notte sono spaventosi: centoventimila cristiani e più centomila yazidi hanno cercato la salvezza. Cinquantamila yazidi però non ce l’hanno fatta e sono stati spinti  e incastrati in una città del deserto in una zona montuosa al confine con la Siria, isolati senza cibo né acqua per quasi due mesi, cioè fino a quando l’esercito curdo e le forze americane non hanno liberato il territorio ma la maggior parte era morta”.

DIREZIONE ARBIL

“Prima del 6 agosto già c’erano molte voci che annunciavano l’intenzione dell’Isis di avanzare da Mosul verso Nord. I curdi avevano schierato le proprie truppe trenta chilometri oltre il confine con l’Iraq e, quando c’è stata l’avanzata dell’esercito dello Stato islamico, si sono ritirati proprio sui confini del Kurdistan lasciando numerosi villaggi nelle mani del califfo. La sera del 6 agosto, erano le 21,30, io facevo un giro con i ragazzi della parrocchia, tutti armati (lo erano dal giorno della caduta di Mosul), e abbiamo visto una cosa inusuale per quell’ora: una fila enorme di macchine provenienti da Mosul. Ci siamo messi  in contatto con i capi della sicurezza e della polizia che ci hanno confermato che i curdi erano in ritirata davanti all’avanzata dell’Isis e allora in meno di un’ora abbiamo organizzato immediatamente la fuga da tutti i villaggi. Si può dire che gli ultimi che hanno lasciato i ppropri villaggi siamo stati proprio noi parroci. Si è creato un gigantesco serpentone di automobili in movimento per circa 30 km verso il Kurdistan. Loro hanno aperto subito il check-point e ci hanno dato asilo. Noi che entravamo dalla parte ovest di Erbil siamo passati senza problemi. Chi fuggiva invece dai villaggi situati dalla parte opposta non è stato così fortunato: sono stati circa 12 ore fermi alla frontiera prima di ottenere il lasciapassare per un ingresso senza auto e molto rallentato. Avevano paura che da quella parte c’erano molti arabi che potevano passare”.

L’IMPORTANZA DELLA DIGA

“Noi da Alqosh siamo a 5 chilometri da lago formato dal Tigri, poco oltre c’è la diga di Mosul, una delle cinque dighe più grandi del mondo. Fino al 5 agosto questa diga era nelle mani dei curdi e degli americani. I soldati dello Stato islamico per prima cosa hanno preso la diga cacciando via, nel giro di due ore, l’esercito curdo. Avevano l’intenzione di distruggere la diga. Se l’avessero fatto ne sarebbe scaturita un’inondazione che avrebbe causato morti e danni incredibili. Non solo ma, nello spazio di pochi giorni, sarebbe caduta anche la capitale perché priva di ogni rifornimento idrico. Avrebbero messo in ginocchio Baghdad e tante altre città. L’avrebbero fatto ma non ne hanno avuto il tempo perché sono tornati gli americani. Comunque l’esercito del califfo è arrivato fino alle porte di Alqosh ma non è mai entrato”.

L’OLEODOTTO E GLI INTERESSI AMERICANI

“Noi ringraziamo Dio per tre motivi. Il primo perché il Signore ci ha salvati. Il secondo perché i curdi (ai quali va il mio ringraziamento) da quando hanno avuto una certa indipendenza da parte del governo centrale, hanno aperto un’autostrada che parte da Istanbul, passa per Ankara e poi scende verso Duhok, in pratica sotto casa mia, per poi arrivare fino ad Erbil. E’ l’autostrada del commercio curdo-turco, e questa strada nella vicenda ha una sua importanza. Il terzo motivo è che siamo stati salvati perché, accanto all’autostrada, da qualche anno è stato costruito un oleodotto per trasportare il petrolio. L’oleodotto è stato al centro di molte polemiche tra l’Iraq e gli Usa per dare il permesso, poi alla fine il governo di Baghdad  si è inginocchiato davanti ad Obama perché non aveva altra scelta… Questo oleodotto è vitale, veicola il petrolio che sgorga a Kirkuk che è in pratica la città più ricca del mondo, lì non c’è bisogno di scavare: il petrolio esce di continuo e anche il gas. C’è il fuoco eterno. Un produttore automatico di carburante. Kirkuk, anche se abitata per la maggior parte da curdi, fa parte del governo centrale perché ha un’importanza enorme negli equilibri economici dell’Iraq. Pensate che Saddam l’aveva riempita di arabi nel tentativo di mescolare le etnie…  Quando c’è stata l’avanzata dell’Isis il 6 agosto del 2014 l’esercito iracheno è scappato lasciando Kirkuk senza protezione ma – prima che arrivasse l’esercito islamico – sono state le forze curde a penetrare in città. Salvando la città dalle mani del califfo. Torniamo all’oleodotto costruito 4 anni fa. Parte da Kirkuk, passa ad Alqosh (anche questo sotto casa mia… ), va verso Duhok e poi non si sa bene dove vada…  Si può dire che la zona attraversata dall’oleodotto sia la più ricca del mondo. In questa area sono stati scavati pochi pozzi ma c’è chi stima che in questa area di circa dieci chilometri ci sia tanto greggio quanto se ne può trovare in tutta la Libia. A fermare l’Isis sono stati questi due fattori: l’autostrada e l’oleodotto. Il 7 agosto sono arrivati gli aerei americani e hanno detto: guai a chi passa questa linea. La nostra fortuna è che il nostro villaggio è al di qua della linea”.

IL RUOLO DEL PARROCO

“Una settimana dopo era la Festa dell’Assunta e sono tornato nel mio villaggio per suonare le campane. Non potevo non farlo: per duemila anni il 15 agosto le campane di tutte le chiese di Alqosh hanno suonato e dovevano farlo pure l’anno scorso. Così con un gruppo di ragazzi della parrocchia siamo tornati e abbiamo celebrato la messa. Gli uomini dell’Isis ci hanno sentito perché sono molto vicini a noi. A partire da ottobre-novembre del 2014 abbiamo cominciato a ripopolare le città protette dalle forze curde, americane e francesi. Nonostante le difficoltà e le paure perché tutta la zona è disseminata di mine. In questi mesi i villaggi a nord di Mosul sono senza un governo effettivo. Il sindaco non ha alcuna autorità, il capo della polizia e dell’esercito iracheno non contano, i curdi hanno le loro istituzioni insediate in città ma ufficialmente non possono esercitare nessuna autorità perché fa capo a Mosul. Così accade che sia il parroco, cioè io, il personaggio a cui tutti fanno riferimento. D’accordo con il sindaco abbiamo deciso che per prima cosa si dovevano far ripartire tutte le scuole, perché è quello che dà il segnale che riparte una comunità. Il governatore di Mosul ha disposto che anche nelle altre città liberate avvenga lo stesso”.

AI CONFINI DELL’ISIS

“Noi ora viviamo a 15 km dall’Isis. Noi vediamo in lontananza la loro bandiera nera che hanno messo sopra a quella che una volta era la chiesa principale del villaggio e loro vedono la nostra croce di 13 metri che abbiamo issato sopra la montagna. Soprattutto di notte perché è illuminata, abbiamo realizzato un’illuminazione molto potente perché la vedano bene. C’è una terra di mezzo tra curdi e Isis. E’ una striscia di meno di due chilometri. Dalla parte dei curdi sono state costruite delle colline di roccia e terra come sbarramento, dall’altra parte l’esercito islamico ha scavato delle trincee larghe e profonde 4 metri. Ogni tanto un missile arriva fino al nostro villaggio”.

GLI AUTOGOL USA

“Due mesi fa l’esercito iracheno ha fatto un’avanzata verso nord  e ha riconquistato due città importanti come Tikrit e Baiji. Ma a quel punto l’Isis ha puntato verso est, verso la Siria e ha fatto sua la città di Ramadi. La situazione è ancora drammatica. L’esercito curdo non potrà resistere ancora molto all’Isis anche per via del rifornimento di armi. AI curdi arrivano pochissimi armi mentre all’esercito islamico le armi arrivano da ogni parte del mondo. Anche dagli americani. Ogni tanto gli aerei a stelle e strisce sbagliano (e questo accade almeno una volta alla settimana) e recapitano le armi nelle mani dell’Isis. Poi ammettono: “Scusate, abbiamo sbagliato”. Un errore del genere è già inconcepibile una volta, pensate che se accade di continuo… “

L’UNICA SPERANZA

“La nostra unica speranza è che si muovano finalmente le grandi potenze. Che tutto il mondo capisca che questa è una minaccia internazionale e non locale, riguarda tutti e non soltanto due o tre Paesi. L’Isis ha adesso nelle mani un terzo dell’Iraq e metà della Siria, un territorio che equivale a più della metà dell’Italia. La ricchezza del sottosuolo di quella zona è incalcolabile: sotto il controllo del califfo ci sono centinaia di pozzi di petrolio poi giacimenti di gas soprattutto in Siria”.

IL NODO MOSUL

“Mosul resta ancora saldamente sotto il controllo di al-Baghdādī  nonostante il primo ministro iracheno abbia più volte annunciato una controffensiva per recuperare la città. Prima doveva essere entro il Capodanno 2015, quindi era stato tutto rimandato ad aprile poi dopo il Ramadan ma non è facile riconquistare una città di un milione e mezzo di abitanti anche perché molti stanno dalla parte dell’Isis”.

CHE SUCCEDERA’ DOPO

“Due mesi  fa il nostro patriarca, invitato dal presidente francese che in quel momento era a capo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite,  ha chiesto all’Onu diverse cose. Tra queste la liberazione definitiva dall’Isis di tutta la zona cristiana della Piana di Ninive e l’invio da parte dell’Onu di un esercito internazionale che si muova non solo con gli aerei ma anche via terra. Il patriarca ha anche chiesto che il governo iracheno si impegni in prima persona perché i cristiani possano ritornare nei loro villaggi ma per permettere ciò è necessario che siano ricostruite le case distrutte dall’Isis e dai bombardamenti americani. Ma un problema irrisolvibile è quello del dopo. Non ci potrà mai essere una convivenza nelle città irachene che sono state sotto il controllo dell’Isis. Per esempio a Mosul come sarà possibile una riappacificazione tra chi ha favorito l’ingresso del califfo e chi è stato costretto a scappare? Famiglie che hanno vissuto per anni a contatto e poi, approfittando del terrore e della fuga, si sono impossessati della casa dei vicini? La maggior parte dei cristiani di Mosul è stata tradita proprio dai vicini di casa… Solo una piccolissima parte di musulmani ha aiutato le famiglie cristiane a scappare, magari favorendo la fuga con l’automobile. Il dopo-Isis sarà ancora peggio: il cristiano per natura non dovrebbe cercare la vendetta ma gli yazidi o gli sciiti di Mosul sicuramente la cercheranno. Ancora oggi mille donne yazide sono nelle mani dell’Isis come schiave, migliaia di giovani yazidi sono stati massacrati quando l’esercito dello Stato islamico si è impossessato dei villaggi. In alcuni casi gli arabi hanno già iniziato a farsi giustizia da soli nei confronti degli affiliati all’Isis”.

L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA NELLE CITTA’ DELL’ISIS

“Il capo della moschea è il capo di tutto. Sotto di lui c’è un altro religioso, al quale è demandata l’amministrazione della giustizia, che deve applicare la legge musulmana, la sharia. Due mesi fa il capo religioso aveva proclamato che il calcio era vietato nell’impero musulmano. Avendo trovato dei bambini che giocavano a pallone hanno applicato la legge tagliando loro un piede, hanno scoperto un ragazzo che aveva fatto un furto in un negozio e pure lì hanno rispettato fedelmente la sharia: tagliata la mano. La donna non deve uscire da sola e deve essere coperta, durante il Ramadam si deve digiunare. A chi fuma vengono tagliate le dita”.

 

UOMINI E DONNE DELLA JIHAD

“A capo dell’esercito c’è il califfo. A tutti, uomini e donne, è fatto obbligo di aderire alla jihad. Gli uomini lo fanno portando le armi. Nel tribunale del jihad il giovane deve andare a registrarsi (se non va spontaneamente, viene chiamato), fa il giuramento in cui si impegna a dare la morte per il califfo perché tutto ciò che dispone il califfo è legge. Le donne non portano le armi e devono fare un altro tipo di jihad cioè soddisfare sessualmente gli uomini dell’esercito, sono in pratica schiave dei piaceri dei  jihadisti. Per questo scopo sono state rapite migliaia di donne yazide. Molte donne si arruolano volontariamente salvo poi pentirsi. Ha fatto il giro del mondo la notizia delle due ragazzine austriache che erano partite per la Siria, “serviremo Allah e moriremo per lui” avevano scritto in un biglietto. Poi però hanno chiesto disperatamente alle loro famiglie di essere aiutate a tornare a casa perché non ce la facevano più: quelli non scherzano”.

 

(testo raccolto da Massimo Filipponi)

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