La mia storia nelle periferie romane, dove dominano caos e degrado

Roma
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Da Tor Bella Monaca a Corviale: restituire bellezza della periferia romana, ecco un programma di governo per Giachetti

Questo è un racconto delle periferie romane fatto di memoria, letture, incontri di tutta una vita. Il vissuto personale è chiaramente un filtro molto soggettivo e dunque per forza di cose arbitrario, ma ti consente di parlare di quel che hai visto crescere e svilupparsi e di riconnettere l’esperienza diretta con lo studio dei dati e le interpretazioni. Mentre mi accingo a raccontarvi quel che so delle periferie romane, m’accorgo che esse cominciano a popolarsi di persone, storie, immagini. Escono dall’essere uno stereotipo e diventano luoghi vissuti, pieni di storture, degrado, abbandono, e dove tuttavia trovi squarci di sorprendente bellezza e straordinarie storie di riscatto e dignità.

Comincio dal luogo della mia giovinezza: il Nuovo Salario, nella perferia nord-est. Allora, alla fine degli anni ’60, era un nuovo quartiere di piccola e media borghesia a ridosso delle vecchie borgate del Tufello e di Val Melaina, costruite negli anni trenta dal fascismo per deportarci gli abitanti del centro storico sventrato, ma divenute poi veri e propri quartieri popolari, teatro, negli anni sessanta e settanta, del movimento di occupazione delle case sfitte. Era un quartiere misto, fatto, nella parte alta, di ville e case signorili e, nella parte bassa, di case per il ceto medio impiegatizio. Io vivevo in questa seconda parte, che si snodava ai due lati della lunghissima via Monte Cervialto e confinava con Val Melaina. Allora era immerso in un bellissimo panorama agreste di prati che giungevano senza soluzione di continuità fino alla borgata Fidene, oggi è un susseguirsi ininterrotto e disordinato di costruzioni.

Il liceo che ho frequentato, il mitico Archimede, situato nella zona “signorile”, era il luogo dove tutto ciò si mischiava, superando i confini, del resto labili, tra una zona e l’altra: figli di professionisti e di funzionari statali si trovavano fianco a fianco con i figli dei proletari del Tufello e di Val Melaina. E in questo melting pot sociale risiedeva una meravigliosa identità: potevi cominciare una giornata in un attico circondato dal verde e finirla in una della tante osterie del Tufello dove con mille lire mangiavi e bevevi. E quando c’erano scontri di piazza, le corti delle sue case popolari si aprivano per accogliere gli studenti ribelli asfissiati dai lacrimogeni.

La mia prima casa indipendente, invece, fu a Cinecittà, storica periferia sud della città. Era alla periferia della periferia, appena dietro gli stabilimenti cinematografici. Anche Cinecittà era un pezzo di questo continuo intreccio: periferia, sì, ma proprio per la presenza degli stabilimenti, conosciuta e frequentata dal jet set. Racconta Federico Fellini: «Ricordo ancora la prima volta che sono arrivato, in tram, un piccolo tram che partiva dalla stazione ferroviaria, si lasciava alle spalle la città e attraversava chilometri e chilometri di campagna in mezzo alle rovine di un acquedotto romano. Alla fine compariva questa specie di costruzione che assomigliava veramente a un ospedale o a una città universitaria e, invece, aveva quel nome magico, Cinecittà».

Proprio lì vicino c’erano stati i baraccati dell’Acquedotto Felice che nei primi anni settanta fecero le occupazioni di case al Tufello. Li guidava un personaggi straordinario, Renato Fattorini, un proletario cresciuto nella borgata Gordiani e divenuto poi il leader del riscatto attraverso: «le lotte di questa borgata per le condizioni di inciviltà che il fascismo ci aveva costretto ad abitare», come raccontava nel suo italiano incerto. Dal terrazzo di casa mia vedevo la Nave del film di Fellini ergersi come una sorta di surreale monumento nella luce rossastra del tramonto romano.

Era da poco stata inaugurata la linea A della Metropolitana (che al contrario di quel che suggerisce l’ordine alfabetico è stata costruita dopo la B) che fu una vera e propria rivoluzione: da lì a Piazza di Spagna in venticinque minuti, a bordo degli allora nuovi e luccicanti vagoni arancioni. Fu, quello, uno dei più lungimiranti interventi di ricucitura della città.

La mia terza casa in periferia, prima di una lunga parentesi in un quartiere borghese, fu a Casal de’ Pazzi, a metà tra Montesacro, quartiere residenziale non lontano dai luoghi della mia giovinezza, e San Basilio, un’altra ex-borgata, divenuta uno degli storici quartieri proletari, teatro, negli anni ’70, di epiche lotte per il diritto alla casa.

Oggi vivo nella periferia nord di Roma, a Prima Porta, in cima a una collinetta che s’affaccia sul Parco di Vejo, e sovrasta la vecchia borgata. La Ferrovia Roma Nord collega con la città quello che è ormai diventato un immenso agglomerato senza identità che ha annesso i paesi della cintura urbana. Una sorta di periferia liquida dove tutto si mischia in modo caotico e disordinato. Sul treno incontri rom, italiani, rumeni che sono la comunità più presente e altri immigrati. Lungo la linea discariche abusive, accampamenti, ma anche quartieri residenziali.

È una convivenza forzata, molto diversa da quel melting pot che ho raccontato prima. Lì ci si mischiava per scelta, qui per necessità. Tutto affastellato, sovrapposto, mai riconnesso. I treni sono vecchi e fatiscenti, sporchi. Torridi d’estate e gelidi in inverno. Qui quando piove vien giù tutto, perché fognature e sistemi di drenaggio sono del tutto inadeguati, e può capitare che per due giorni sia impossibile raggiungere la città. In posti come quelli che vi ho raccontato, a Roma vive circa un milione di persone, e in Italia circa il 60% della popolazione.

Sono luoghi che sono stati troppo a lungo abbandonati, meglio di me lo ha detto Renzo Piano, architetto, senatore a vita, che proprio nei progetti di ricucitura delle periferie investe il suo stipendio da parlamentare: «Sono ricche di umanità, qui si trova l’energia e qui abitano i giovani carichi di speranze e voglia di cambiare. La bellezza naturale del nostro Paese non è merito nostro. Ciò che può essere merito nostro è migliorare le periferie, che sono la parte fragile della città e che possono diventare belle». Restituire bellezza della periferia romana, ecco un programma di governo per Giachetti, su cui già, da Corviale a Tor Bella Monaca, si impegnano tanti missionari metropolitani. Una bella alternativa all’urlo rabbioso frutto di anni di degrado e di abbandono.

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