La mia sinistra? Fantasiosa e senza pregiudizi

Sinistra
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Sono un tipico post-comunista italiano, ex Pci nonché ex troppe altre cose; Non sono renziano ma nutro rispetto per Renzi e la sua volontà di fare

Caro Macaluso, intanto grazie per l’attenzione che hai voluto dedicare alla mia intervista sul Foglio; credevo di avere fatto soprattutto una lunga conversazione sul mio umore e sugli anni che passano, non rendendomi conto che avrebbe assunto una decisa connotazione politica.

Si vede che devo rassegnarmi a un’autorevolezza che a vent’anni, quando entrai a lavorare nella tua (e mia) “Unità”, non avrei sospettato neanche lontanamente. Mi rendo conto che una certa disillusione sul bilancio della mia generazione, unita alla mia intenzione di voto per il Sì, possa qualificami come “renziano”.

Non lo sono e non posso esserlo per ragioni di formazione culturale e politica: sono un tipico post-comunista italiano, ex Pci nonché ex troppe altre cose; Renzi è un cattolico popolare di nuovo conio, con elementi antropologico-culturali a me del tutto alieni. Ma è vero che nutro, per Renzi e il suo tentativo, un certo rispetto, che i dubbi su qualche sua scelta e molti suoi atteggiamenti non bastano a incrinare. Gli riconosco energia, volontà di fare, qualche buona opera (la Cirinnà) e un minimo di autonomia da quell’europeismo gretto e contabile che sta mettendo in ginocchio il Welfare.

Se non basta a definirlo “di sinistra”, basta e avanza a non classificarlo, come fanno con grossolano astio alcuni suoi nemici, “erede di Berlusconi”. Ma Renzi è una contingenza; per certi versi un’emergenza, nonché il frutto del vuoto che lo ha preceduto (un vuoto che ha fruttato, lui sì, vent’anni di B erlusconi). Mi guardo bene dal pensare, come tu scrivi, che «per chi è di sinistra non c’è che Renzi e il suo Pd».

Il problema è che la sinistra, così come la tua generazione e la mia l’hanno conosciuta e frequentata, oggi è un accampamento in disarmo; e non per sua pusillanimità o inettitudine, ma perché la guerra è finita: parlo di quella guerra, quella novecentesca tra borghesia e proletariato, tra capitale e lavoro salariato, quella che aveva nella fabbrica la sua centralità e il suo campo privilegiato, nella lotta sindacale il suo modo di combattere, nell’organizzazione politica e culturale degli operai e dei braccianti il suo daffare, negli «intellettuali organici» molti dei suoi quadri dirigenti. Quel mondo è così profondamente mutato da permetterci di dire che non esiste più.

Tutto è come vaporizzato: il capitale e il lavoro. Il capitale è diventato finanziario, e in Occidente ha abbandonato quasi del tutto il cimento imprenditoriale, quello della produzione. Il lavoro è sbriciolato e disperso, in parte annichilito dalla più grande rivoluzione tecnologica della storia umana, per altri versi dalla delocalizzazione e dal precariato.

A parità di fatturato, il rapporto di occupati tra Silicon Valley e il vecchio capitalismo fordista è uno a cento. Tra i lavoratori bianchi disoccupati o sottoccupati che votano Trump, questa decimazione (al quadrato) non è passata inosservata… Non siamo in un’altra epoca. Siamo in un altro evo. In breve, e per non annoiare te e i lettori: penso, esattamente come quando avevo vent’anni, che sia sempre più vero il celebre assunto di Rosa Luxemburg: «socialismo o barbarie».

O si ritrovano forme di nuova solidarietà, di ripartizione del reddito, di alleanza tra i deboli e gli esclusi, di allargamento delle basi del potere, insomma di democrazia e di uguaglianza, o il futuro sarà sempre più iniquo e – di conseguenza – sempre più doloroso e cruento. In questo senso non solo sono ancora «di sinistra», ma lo sono perfino più radicalmente di come lo ero da ragazzo: per esempio sulle questioni ambientali e agricole, sulla sovranità alimentare dei popoli, sui cambiamenti climatici e sull’impatto delle nostre scelte di consumo e dei nostri stili di vita, penso si giochi moltissimo del futuro del pianeta. Ma di una sinistra che di queste cose si occupi con radicalità e fantasia, libera da pregiudizi, rivoluzionaria nello spirito e ragionevole nella prassi, quasi debba riscrivere daccapo i propri statuti, per ora non vedo tracce sostanziose.

Certo, sarebbe bellissimo che il Pd (anche il Pd) partecipasse a questa gestazione; diventasse un luogo dove la sinistra si crea, e la si crea proprio perché non lo si è più, o non lo si è abbastanza. In questo senso sono convinto che Matteo Renzi dovrebbe lasciare la segreteria del partito a uno o una che ci si dedichi a tempo pienissimo: non si può governare e dirigere un partito al tempo stesso, e credo che lo stesso Renzi se ne sia reso conto, ormai. Bisogna avere fiducia nella discussione: se il contenitore è solido, può reggere anche la discussione più acce sa. Nel frattempo, è bello che l’Unità di Staino si sia data il compito di far discutere attorno a una cosa impalpabile come la sinistra, indispensabile come la sinistra. Un abbraccio fraterno, caro Emanuele, e se permetti anche un poco filiale.

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