La mia Bruxelles improvvisamente senza vita

Terrorismo
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La grande paura del terrorismo, strade vuote e la gente chiusa in casa

Girare in un centro commerciale a Bruxelles è come farlo in tutto il mondo: folla, gente che ti spinge, ansia da shopping, lieve senso di claustrofobia. Provate a farlo a Bruxelles oggi: strade deserte, un vuoto insolito e perfino surreale. Sto attraversando Rue de Neve, forse la più importante strada commerciale, sotto la solita pioggerellina bruxellese: poche persone, tanti militari.

Vedo entrare dei soldati in un negozio di abbigliamento, non comprano niente e dopo cinque minuti ne escono pochi clienti e il proprietario che, mesto, tira giù la saracinesca. Lo hanno fatto chiudere. Alla fine della strada si passa per Hotel de Monet, l’Opéra, da lì il salto verso la Grand Place è immediato. Un dedalo di vie e vicoli, pieni di locali e ristoranti, gremito di turisti, di tavolini all’aperto anche d’inverno, birrerie e cioccolaterie. Ma ora non c’è nessuno. Sulla porta dei pochi locali aperti i camerieri osservano il nulla di fronte a loro.

Le pattuglie militari si infittiscono, non so perché mi viene in mente Belfast, o un paese dove c’è stato da poco un colpo di stato. Invece siamo in uno dei luoghi più democratici, aperti e cosmopoliti d’Europa.

Entriamo in un ristorante a due piani, a occhio e croce un centinaio di posti disponibili. In tutto due tavoli occupati, i camerieri tristi e inattivi schierati in piedi agli angoli del locale.

Non c’è traccia di quella solita vivacità da week end di una moderna metropoli europea. Bruxelles è una città a diversi strati, ci sono gli espatriati , come vengono chiamati quelli che lavorano nelle istituzioni europee, ci sono i belgi, francofoni o fiamminghi, ci sono tutti gli altri, gli extracomunitari di tutte le generazioni.

Tutti questi strati a Bruxelles si mescolano nella metropolitana, dove ci trovi il funzionario europeo, il commerciante fiammingo, la donna con il velo o la ragazza, anch’essa in velo, ma con i pantaloni attillati e i tacchi a spillo. Ora la metro è chiusa, e queste persone, per ora non possono mescolarsi. Ognuno resta a casa sua, ognuno un po’ spaventato.

Uno spavento cresciuto domenica sera: improvvisamente, all’ora di cena tutti abbiamo incominciato adascoltare l’urlo delle sirene per la città, il rumore degli elicotteri sopra i tetti delle nostre case, la tv che interrompeva i programmi con la scritta: “blitz prés de la Grand Place”. E mentre si cercava di rassicurare chi stava a casa in Italia, cresceva la sgradevole sensazione di essere entrati dentro un’altra vita, complicata quanto inimmaginabile finora.

Su Facebook c’è il gruppo “Italiane e Italiani a Bruxelles”. Oggi una giovane mamma italiana chiedeva:  “Con le scuole chiuse qualcuno può indicarmi dove portare i bambini, perché tutto il giorno dentro casa sono ingestibili…”. Ecco cos’ è una vita dentro una città blindata… Un continuo inciampo su abitudini consolidate, ripetitive. Le scuole chiuse, i bimbi che fanno? La metro chiusa, al lavoro come ci vado? I cinema e i teatri chiusi, stasera si resta a casa…

E speriamo che sia l’unica, ultima, triste e solitaria concessione al terrorismo che facciamo.

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