La memoria è ossigeno

Memoria
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Il fascismo fu senza dubbio complice della soluzione finale. Lo fu con le leggi razziali, con l’attiva collaborazione alla denuncia e alla persecuzione degli ebrei

C’ è una mostra che vorrei tutti vedessero, in questi tempi confusi e pieni di caos. È nel quartiere ebraico di Roma ed è dedicata al 16 ottobre del 1943, una data che dovrebbe essere impressa nella memoria nazionale come e più di tante altre. In poche ore, una mattina di un sabato, i nazisti che occupavano la capitale portarono via dalle loro case 1023 esseri umani, colpevoli di essere ebrei . Li caricarono su dei treni, stipati nei vagoni, e li condussero a Birkenau-Auschwitz dove le Ss, urlando ordini in tedesco e con l’aiuto di cani, divisero gli uomini dalle donne, smembrando le famiglie e decretando la fine della vita di persone innocenti. Tornarono in sedici.

Confesso una mia ossessione, per quella mattina di un sabato romano. Mi è capitato tante volte di tornare, da sindaco e da semplice cittadino, in quei luoghi, di passeggiare per quelle strade meravigliose di una Roma di sempre. Ho sempre alzato lo sguardo verso quelle finestre, ho sempre cercato di sbirciare nei portoni, ormai ultimi testimoni silenziosi del più grande dolore che la mia città abbia vissuto.

Ho parlato con i sopravvissuti che ho avuto la fortuna di conoscere, ho sentito i loro racconti. Talvolta ho ascoltato i loro silenzi. Due di loro, marito e moglie, erano stati insieme nei campi di concentramento ma tra loro non ne avevano più parlato. Non si esce mai, da un campo di sterminio. Chi è sopravvissuto ha provato senso di colpa nei confronti di chi è morto, chi è sopravvissuto ha avuto sempre negli occhi e nei sogni l’o r ro re cono s ciuto. Nulla, nella storia umana, è stato come la Shoah.

Spesso, è successo anche ieri, incontro per la strada ragazzi, ormai cresciuti, che mi fermano per ricordare di essere stati in uno dei viaggi degli studenti che organizzavamo per far conoscere Auschwitz. Ringraziano per quella esperienza che li ha cambiati e ricordano sempre i meravigliosi sopravvissuti che, vincendo dolore e fatica, venivano ogni anno con noi per raccontare ai ragazzi, trasformando essi stessi in testimoni, ciò che è stato. La mostra è squassante, produce dolore e invita a riflettere.

C’ è il quaderno delle elementari di un bambino che quel giorno fu deportato e morì a Birkenau. Sulla pagina aperta ci sono le parole, forse di un dettato, in cui si magnifica Mussolini. Ci sono i biglietti gettati dal treno dai deportati per far conoscere a qualcuno il loro destino, c’è il terribile testo, mezzo foglio ciclostilato, che venne consegnato dai nazisti alle famiglie quella mattina di ottobre. Conteneva l’elenco di tutto quello che potevano portare con sé. Ci sono le foto di centinaia di deportati: bambini con le biciclette, ragazze in fiore, popolane romane , capifamiglia vestiti da festa, per fare una fotografia. Ci sono ragazzi col fez e foto di gruppo di amici allegri. C’è anche un foglio, un estratto dell’agenda di Mussolini del 15 ottobre del 1943.

Il capo del fascismo risiedeva allora a Gragnano, dove era arrivato da una settimana. Ricevette, il giorno prima della deportazione, il generale Wolff, alle 17,05 e il console Moellhausen alle 17,45. Possibile che nessuno dei due, assai coinvolti nell’operazione, gli avesse parlato della deportazione , certo già decisa e operativa? Possibile che fossero saliti fino a Villa Feltrinelli senza fare menzione a Mussolini di quello che di lì a poche ore sarebbe accaduto nel cuore di Roma ? E Mussolini decise di non muovere un dito per salvare la vita di 1026 italiani? Il fascismo è stato molte cose, e il giudizio storico sulla sua natura e sul consenso di cui ha goduto deve essere fondato su analisi reali, non ideologiche, consapevoli della complessità del fenomeno.

Ma il fascismo fu senza dubbio complice della soluzione finale. Lo fu con le leggi razziali, con l’attiva collaborazione alla denuncia e alla persecuzione degli ebrei, lo fu, quel foglio emerso dalla storia sembra dirlo chiaramente, anche con il silenzio e il sostegno alla deportazione del 16 ottobre. Erano ebrei, per questo furono portati via dalle loro case, furono sbattuti in un posto che non conoscevano, furono divisi tra loro, furono torturati, marchiati come fossero bestie da macello, furono sottoposti ad agghiaccianti esperimenti genetici, furono uccisi dal dolore e dal freddo, furono passati per le camere a gas.

Se andate ad Auschwitz, fatelo per essere migliori, non dimenticate di visitare la baracca dei bambini, quella dove i più innocenti degli esseri umani venivano tenuti, soli e malnutriti, in attesa di essere finiti. Nella mia ossessione per quel tempo c’è un posto gigantesco per gli aguzzini. Com’è potuto accadere che degli esseri umani abbiano fatto tutto questo? Come si poteva tornare a casa la sera dopo aver aperto il gas e sentito quelle urla, dopo aver marchiato un numero progressivo sul bracco di una donna impaurita, dopo aver accompagnato a morire un bambino al quale si era promesso di rivedere la mamma, come accadde ai bimbi di Bullenhuser Damm ? Ma è successo. Perché la storia ogni tanto conosce il sonno dei valori umani e tutto diventa possibile. Chi aveva ordito quella macchina di sterminio era stato adorato e idolatrato dal suo popolo, era stato acclamato e blandito da diplomazie e potenti della terra, era stato vezzeggiato da industriali e religiosi.

Ma Hitler era un pazzo, uno dei peggiori criminali della storia umana. È successo che un pazzo fosse un eroe, che un criminale sembrasse un santo. È successo, la memoria non cancelli questa verità e la tenga viva come antibiotico, come antidoto verso il possibile risorgere di quella epidemia. Epidemia che si fonda, sempre, sulla paura dell’altro, sulla disperazione sociale, sulla crisi di istituzioni e partiti. Ci sono momenti storici in cui l’impossibile diventa possibile, in cui i valori si mettono a testa in giù. Sono i rischi dei quali parlo, con crescente angoscia, dall’inizio del nostro dialogo su questo giornale, sono i pericoli che tanti osservatori, da Joschka Fischer a Carlo de Benedetti, denunciano con allarme.

Anche una piccola mostra può servire a farci capire che la memoria è come l’ossigeno. Senza, non si vive. Israele ha conosciuto un grande leader, nella sua storia travagliata. Era Shimon Peres, che oggi voglio ricordare con affetto. Mi legava a lui un rapporto di amicizia vero, cresciuto negli anni in cui ero sindaco di Roma. Ricordo che , appena eletto, mi chiese di ospitare a Roma dei dialoghi, che dovevano restare assolutamente segreti, tra un suo rappresentante e un delegato dell’A n p. Durarono mesi, al riparo dei riflettori, e si svolsero mentre, sul campo, ci si sparava e uccideva. Erano incontri tra nemici che cercavano la pace.

Credo che il documento che loro firmarono sia stato tra i pochi, se non l’unico, ad avere un consenso delle due parti . Facemmo uscire la notizia quando Shimon mi chiese di farlo. È venuto tante volte a Roma, gli feci visitare l’Auditorium, organizzammo al Colosseo una manifestazione in cui lui e un rappresentante palestinese si strinsero la mano, ci vedemmo in Israele per un suo compleanno al quale mi aveva invitato. Ci siamo incontrati anche successivamente. Gli ho voluto bene, come si deve voler bene ai migliori uomini di pace. Quelli che non smettono di esserlo, anche quando la guerra e l’odio sembrano prevalere.

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