La libertà di Pasolini

Pasolini
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Ci resta la nostalgia nei confronti di un intellettuale sempre animato dal coraggio civile

Pier Paolo Pasolini era morto da poco quando noi, un gruppo di ragazzi della Fgci di Roma, fummo invitati per primi a vedere, in una anteprima privata, il suo ultimo film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Eravamo stati, nell’ultimo tempo della sua vita, molto vicini alle sue idee e tante volte avevamo discusso e ci eravamo confrontati con lui.

Gianni Borgna, che qui voglio ricordare con grande nostalgia, aveva avviato questo dialogo e Pasolini guardava con curiosità questo gruppo di ragazzi dalla formazione culturale variegata che, proprio perché molto convinti della linea di innovazione di Berlinguer, coltivavano un’idea larga della loro missione politica, contaminandola con una attenzione a tutti i linguaggi espressivi, curiosi di ogni pensiero libero.

C’era, in questo, un riflesso anti ideologico, il desiderio di cercare oltre i confini tradizionali risposte ai processi di mutamento culturale e politico di quegli anni. Quando vedemmo quel film restammo sconvolti. Naturalmente pesava l’orrore e il dolore per la fine di Pier Paolo ma a colpirci così profondamente fu il senso di morte che quell’opera esprimeva. Ne parlammo a lungo, tra noi. Ci sembrava che quell’atmosfera scura, quell’apologo sulla fine della civiltà, a partire dalla caduta rovinosa del fascismo, fosse in quel momento in contrasto con il senso di luminosa speranza che attraversava la società italiana.

Eravamo nel 1975, la sinistra aveva trionfato alle elezioni regionali e si preparava ad una vittoria alle politiche. Si erano conquistate importanti vittorie sul piano civile, con il rifiuto popolare dell’abrogazione della legge sul divorzio e questo diceva che i processi di modernizzazione avevano secolarizzato il paese e lo avevano reso più moderno e più disponibile al cambiamento. Eravamo convinti, sbagliando, che la crisi della Dc avrebbe prodotto i suoi effetti ben presto. Non sapevamo che la storia italiana, ben presto, avrebbe cambiato segno. E che quel decennio, apertosi con una magnifica primavera, si sarebbe chiuso nel modo più tragico. Son l’esplodere di un disagio sociale che si mischiò con una profonda delusione politica, con il diffondersi del terrorismo e della violenza politica, con il rapimento di Moro e l’inizio, auspice il pentapartito, di una stagione cupa, di cui il raddoppio del debito pubblico fu rovinosa testimonianza. Pasolini, con la sua capacità di anti-vedere, aveva forse previsto quel cambio di fase e ci stava raccontando, con la sua ultima produzione letteraria, l’incompiuto “Petrolio” e “Salò”, che la primavera stava diventando inverno.

Pasolini, con la sua capacità di anti-vedere, aveva forse previsto quel cambio di fase e ci stava raccontando, con la sua ultima produzione letteraria, l’incompiuto “Petrolio” e “Salò”, che la primavera stava diventando inverno. È il nero il colore dominante dell’ultimo Pasolini, il nero del petrolio e quello dell’ animo degli irriducibili della Repubblica Sociale.

Pasolini era un uomo libero, seguiva il filo di un suo pensiero, si muoveva fuori dai recinti, allora ancora abbastanza alti. Aveva subito le persecuzioni del Pci del dopoguerra per la sua omosessualità, aveva conosciuto il dolore per la morte dell’adorato fratello morto nell’eccidio di Porzus, maturato tra partigiani nei giorni terribili del sospetto e della guerra civile e tuttavia era rimasto a sinistra e amava la riserva morale per l’Italia costituita dal Pci di Berlinguer. Pasolini era stato coraggioso, nel 1968, a schierarsi con i poliziotti figli del popolo contro gli studenti che avevano ingaggiato scontri con le forze dell’ordine. Lui istintivamente preferiva i proletari ai borghesi e quel giorno gli sembrò, contro tutta l’intellettualità di sinistra, che lo scontro fosse proprio questo. Il suo mondo poetico era pieno di attenzione per gli ultimi, fossero gli abitanti delle borgate romane o i contadini dell’Italia agricola.

Pasolini aveva un pregiudizio nei confronti della modernità che vedeva come capace di corrompere la purezza delle origini sociali e storiche, delle lingue regionali, in definitiva dell’identità nazionale. Non amava la televisione, polemizzò contro la legge sull’aborto, rimpiangeva il tempo in cui in campagna si vedevano le lucciole. Vedeva il futuro come una minaccia. Ma era un poeta, non un uomo politico. Aveva il diritto, e forse il dovere, di mettere in guardia da una certa concezione edonistica che tendeva a separare sviluppo e progresso.

Pasolini ci ricordava la priorità della persona umana sulle pure logiche di profitto e la necessità di tendere ad armonizzare la qualità sociale e ambientale con la crescita. Pasolini aveva denunciato la natura contorta e perversa di un potere sempre uguale a se stesso, capace di accettare, coprire, talvolta ispirare stragi sanguinose. È Pier Paolo morì in questi giorni di novembre, proprio quarant’anni anni fa. Io non ho mai creduto che sia stato solo Pelosi ad ucciderlo. E continuo a pensare che quella sera all’Idroscalo siano stati in diversi a ridurlo nello stato pietoso in cui fu trovato.

Non credo a complotti da Spectre ma sono certo che furono più persone a uccidere Pasolini. E la prima sentenza della magistratura, quella di Alfredo Carlo Moro, dice proprio questo: Pelosi non era solo. E lo stesso Pelosi, oggi, lo confessa anche se ancora trattenuto da paure varie. Non penso che qualcuno in alto abbia deciso di eliminarlo, non credo. Ma penso che sia piaciuta una verità di comodo che, in quegli anni ancora retrogradi, usasse la omosessualità di Pier Paolo come modo per delegittimarne il pensiero. Per il suo essere libero, per il coraggio di andare controcorrente, per il suo coraggio civile, per il suo amore per gli ultimi, abbiamo nostalgia di Pier Paolo Pasolini. Ancora, quarant’anni anni dopo.

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