La libertà di diffamare

Politica
Il ministro delle Riforme e Rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi in aula alla Camera durante la discussione della mozione di sfiducia individuale presentata da M5S per la vicenda banche, Roma, 18 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Lo schema di attacco era semplice. La Boschi è la figura più popolare del governo dopo il premier? E allora, giù secchiate di spazzatura

Non sono i numeri a dar ragione al ministro delle riforme. È che non c’è nulla di più imbarazzante che difendersi dal nulla. Si sapeva che la richiesta di dimissioni non aveva alcun fondamento, né di diritto, né di opportunità politica, e che le regole di ingaggio della variegata compagnia che invece l’ha alimentata per giorni sono da gioco politico pesante e sporco. Lo schema di attacco era semplice. La Boschi è la figura più popolare del governo dopo il premier? E allora, giù secchiate di spazzatura per lei e per provare a coprire di melma anche l’esecutivo in questo primo anno di sicura ripresa, di riforme finalmente certe e di inizio di rinnovamento dello Stato.

Hanno provato ad addossare al governo Renzi il bubbone dei monumentali crac bancari e della licenza di rubare miliardi esercitata per decenni senza freni né troppi controlli della Banca d’Italia o della Consob, i due vigilanti che non si sono quasi mai accorti di niente. Dovevano inserire altre figurine nell’album di famiglia tra le foto di gruppo dei banchieri protagonisti degli scandali finanziari più odiosi che hanno spolpato e infestato l’Italia, e così la Boschi l’hanno raccontata e raffigurata in bella mostra tra bancarottieri, pregiudicati, faccendieri, massoni deviati, furbetti delle obbligazioni subordinate. Un trattamento da amica degli amici, come se fosse persona indagata e rinviata in un qualche giudizio, coinvolta direttamente o indirettamente nel fallimento dell’Etruria, proprietaria o azionista di peso (con 1500 euro di azioni?, ma via) della mitologica banca aretina, la banca più banca di tutte quelle Popolari che solo questo governo ha riformato perché sotto lo storytelling della semplicità e del radicamento sul territorio ne combinavano di tutti i colori. Per giorni hanno gridato all’inesistente conflitto di interessi per un inesistente trattamento di favore fatto all’Etruria e per inesistenti leggi ad personam a copertura della vendita di prodotti con truffa incorporata. Hanno provato, e proveranno ancora, a mettere il governo nell’impasto di opacità, trame e sporchi affari ai danni dei risparmiatori, nel tentativo di indebolirlo.

Ci ha pensato ieri il ministro Boschi a chiarire i fatti, smontando semplicemente i retroscena inventati, in uno dei discorsi più belli e chiari sentiti negli ultimi anni. Ma non è finita, e questa vicenda avrà altri capitoli virali. In cuor nostro, almeno speriamo di non dover leggere più cose che fanno male al cuore di chi vuol bene a Roberto Saviano. Ha scritto cose straordinarie, ha messo a rischio la sua vita per il coraggio delle sue denunce. Ci hanno però colpito i suoi giudizi tranchant sui 24.000 partecipanti alla Leopolda, gente normalissima che pure si è formata sulle sue battaglie di liberazione dalle mafie, trattata come partecipanti ad una “riunione di vecchi arnesi affamati”. Pensavamo ad un hacker. Così come quando ha provato a far ballare la Boschi sullo stesso filo in bilico sul conflitto di interessi di Berlusconi. Saviano non si tocca, per ciò che rappresenta. Ma ha dato la stura a finzioni di lezioni di legalità e trasparenza, ai polveroni nei talk, a “interpretazioni” prive di qualsiasi fondamento, a titoloni sparati dopo indagini, istruttorie, processi e sentenze faidate con condanna senza appello. È questa la stampa post-moderna, bellezza? Mica tanto. È questo un attacco politico. Per carità, è del tutto legittimo e non meniamocela con la libertà di stampa messa a rischio da chissà quali diktat. Ognuno ha scritto, scrive e scriverà sempre ciò che gli passerà per la testa. Spargere fango, falsi e veleni, dai tempi di Marco Tullio Cicerone, non è poi nemmeno una novità e, con sottili variazioni, resta uno dei must nel macello della battaglia politica italiana. La coalizione di interessi variegati, in nome del sospetto, oggi deve però prendere atto che è finita una manfrina. Da sempre, su come affrontare e risolvere i problemi delle gestioni allegre nel nostro sistema bancario, l’approccio è stata l’omertà, la copertura, la negazione della responsabilità.

Il governo Renzi potrà fare errori, potrà sbagliare, ci mancherebbe, ma la verità è che finalmente ha segato il ponte levatoio con il passato, è intervenuto e interverrà per mettere il nostro robusto sistema bancario ancor più in sicurezza e in condizioni di non nuocere a ignari risparmiatori. La verità è che se non fosse intervenuto, le 4 banche (Etruria, Marche, Cassa di risparmio Ferrara e Cassa Chieti) sarebbero fallite, non ci sarebbero state più. Il decreto “salva-banche” del 22 novembre ha salvato intanto 1 milione di italiani risparmiatori che avrebbero perso 12 miliardi di risparmi, qualcosa come 200.000 piccole e medie imprese che avrebbero dovuto restituire all’istante 25 miliardi di mutui, crediti e leasing, e almeno 7000 dipendenti avrebbero perso il posto di lavoro. Il commissariamento di Banca Etruria del 12 gennaio, resta come prova dell’imparzialità del governo che ha mandato a casa il cda e, in piena trasparenza, ha agito con la sacra regola del “chi sbaglia paga” senza guardare in faccia a nessuno. Ma questa è una storia dove anche l’aver messo l’affaire rimborsi nella camera arbitrale al di sopra di ogni sospetto dell’Anac di Raffaele Cantone è diventato, per grillini e destre e sinistra radicale, “uno spot”. Uno spot l’anticorruzione in un paese come il nostro? Ma non scherziamo.

 

 

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