La lezione utile della spending review

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La spending review è una riorganizzazione del settore pubblico (finalizzata a fare meglio il proprio mestiere) dal quale far discendere dei risparmi di spesa. Non il contrario.

Da qualche anno abbiamo fatto l’abitudine al termine spending review. Siamo un po’ meno abituati, tuttavia, a far capire cosa esattamente si intenda con questo termine. E siamo molto meno abituati, infine, a far capire che essa è una riorganizzazione del settore pubblico (finalizzata a fare meglio il proprio mestiere) dal quale far discendere dei risparmi di spesa. Non il contrario.

Un episodio molto recente può forse contribuire a chiarire meglio la questione, offrendo nel contempo anche preziose lezioni per il futuro.

Gli uffici giudiziari (tribunali, corti d’appello, procure) sono strutture che fanno capo al Ministero della Giustizia, ma sono ovviamente decentrate su tutto il territorio nazionale. Nel 1941 si decise che le spese per il mantenimento di questi uffici (pulizia, manutenzione, arredi, servizi telefonici e quant’altro) sarebbero state sostenute dai Comuni, dietro rimborso successivo da parte dello Stato. La motivazione era certamente sensata, per l’epoca: il Ministero non disponeva di personale tecnico – perdippiù decentrato su tutto il territorio nazionale – che potesse valutare e quantificare l’ammontare delle spese necessarie a far funzionare la macchina della giustizia in tutto il Paese. Esistevano invece gli uffici tecnici comunali, che avrebbero facilmente potuto svolgere tale funzione anche per gli uffici giudiziari (così come lo facevano per le funzioni proprie comunali, quali asili nido, assistenza agli anziani, servizi pubblici locali, strade, ecc), con un rimborso da parte dello Stato a fronte della rendicontazione degli interventi effettuati.

Perché, prima ancora di arrivare alla “scintilla” che ha fatto esplodere il problema, la situazione sopra descritta era largamente inefficiente? Perché chi richiedeva la spesa, chi la autorizzava e chi la pagava erano tre soggetti diversi tra loro. Rispettivamente, colui che dirigeva l’ufficio giudiziario (Presidente del Tribunale, di Corte d’Appello, o Procuratore Generale), il Comune, e il Ministero della Giustizia. Chi dirigeva l’ufficio faceva la “lista della spesa”, conscio che difficilmente il Sindaco poteva opporsi (non certo per sudditanza psicologica… ). Chi autorizzava la spesa non aveva incentivo a minimizzare i costi dell’intervento, visto che c’era qualcun altro (il Ministero) che poi rimborsava a pie’ di lista. L’insieme di questi effetti faceva sì che la spesa crescesse senza limiti.

Il problema è esploso a partire dal 2012 quando il Ministero della Giustizia, causa i tagli operati sul suo bilancio, non è stato più in grado di rimborsare integralmente ai Comuni le spese sostenute. E il fatto che una funzione statale fosse sostenuta da bilanci comunali (già pesantemente colpiti da 8,3 miliardi di tagli ai trasferimenti statali dal 2011 al 2015) ha di fatto reso la situazione insostenibile.

Ma il problema vero stava nel fatto che il meccanismo era inefficiente alla base. Così il governo Renzi nella legge di Stabilità 2015 ha previsto che dall’1 settembre, per la prima volta dopo 74 anni, queste spese passassero dai Comuni allo Stato. E così è accaduto, poco più di un mese fa. Così facendo, non solo si è ovviata ad un’ingiustizia nei confronti degli enti locali. Si è anche risolta l’anomalia prima accennata: ora infatti chi determina il fabbisogno, chi lo autorizza e chi lo finanzia coincidono con un unico soggetto, che pertanto ha gli incentivi giusti ad efficientare la spesa e minimizzare i costi.

Sarà importante, una volta che i dati renderanno possibili le comparazioni, confrontare di quanto si è ridotta (a parità di servizio) la spesa per il mantenimento degli uffici giudiziari. I primi indizi ci consegnano percentuali estremamente significative. Questo tipo di spesa vale poco meno di 300 milioni di euro l’anno, circa lo 0,2% dei consumi intermedi delle pubbliche amministrazioni.

Tuttavia ci consegna tre lezioni importanti su cosa serve affinché la spending review sia non solo una fonte di risparmi di spesa, ma un modo di far funzionare meglio il settore pubblico e al contempo fornire risparmi veri, certi e strutturali: 1) Il tempo. La legge di Stabilità è stata approvata a dicembre 2014, e il passaggio è avvenuto l’1 settembre 2015. Quei nove mesi sono stati essenziali per implementare le riforme organizzative necessarie affinchè l’intervento non rimanesse solo sulla carta, ma fosse effettivamente implementabile all’interno di una macchina complessa quale è la pubblica amministrazione italiana. 2) Le riforme. Se il Ministero della Giustizia non avesse messo mano alla propria organizzazione interna (commissioni di manutenzione, adozione di costi standard, ecc) al fine di prepararsi a quella che veniva giustamente vista come una rivoluzione, la scadenza dell’1 settembre sarebbe rimasta sulla carta, e probabilmente inghiottita dalla “proroghite cronica”, malattia terribile e speriamo presto debellata. 3) La volontà. Chiunque abbia mai fatto le cose sul campo (e non solo in teoria), sa che in processi del genere basta molto poco per mettersi di traverso e far fallire tutto, dando al contempo l’impressione di essere invece entusiasti per il cambiamento. Se il Ministero della Giustizia non avesse sfidato le (legittime) resistenze interne al cambiamento, e se l’ANCI avesse (per esempio) posto come pregiudiziale il pagamento di tutti i rimborsi arretrati, l’intero processo si sarebbe arenato.

Orizzonte temporale giusto, cambiamento organizzativo e ferrea “lealtà” al cambiamento da parte degli addetti ai lavori. Questi i tre ingredienti che si sono rivelati essenziali per realizzare questa riforma attesa da 74 anni, e che pone le condizioni per efficientare una manciata di centinaia di milioni di euro di soldi pubblici. Una lezione che è utile non dimenticare, per il futuro.

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