La lezione di Gramsci, a 79 anni dalla sua morte

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La ricostruzione di un nuovo socialismo democratico dovrebbe essere l’obiettivo della sinistra del Pd in vista del prossimo congresso

Settantanove anni fa moriva il più grande intellettuale italiano del Novecento. Antonio Gramsci fu il primo comunista italiano, nel senso non tanto pratico dell’uscita, cantando l’Internazionale, dal teatro di Livorno nel ’21, quanto in quello filosofico di pioniere di un socialismo nuovo, moderno, che ancora oggi fa sentire l’esigenza di sé in ampi strati della società non solo italiana e non solo europea.

Gramsci per primo capì i limiti congeniti alla Rivoluzione d’Ottobre (La Rivoluzione contro il Capitale) ed elaborò un comunismo rivoluzionario diverso, basato sul consenso e sull’egemonia culturale, di fatto democratico, aprendo così la strada che prima sarà battuta da Togliatti con la svolta di Salerno del ’43 e col discorso di Napoli del ’44 (“Non faremo come la Russia”) e poi sarà asfaltata e resa trafficata da Berlinguer col discorso del 1977 a Mosca, in cui declinava la democrazia come “valore universale su cui costruire una originale società socialista” e col quale sfidava frontalmente il comunismo totalitario dell’Est Europa.

La via italiana al socialismo, a un nuovo socialismo democratico capace di farsi declinare alla luce di una società moderna, globale, insieme glocale e complessa è ancora viva e lotta fra di noi e deve essere il faro guida della sinistra del Pd al prossimo congresso nel 2017. Perché quando nel mondo c’è un esplodere delle destre e della violenza come strumento di lotta politica, proprio in quel momento c’è bisogno di socialismo inteso in maniera nuova, come concordia sociale, ripensamento di alcune alleanze fra grandi blocchi, interpretato da un Partito della Nazione sì, ma nel senso che gli dà Alfredo Reichlin, non nel senso di chiassosa e consociativa ammucchiata.

Gramsci aveva capito il fascismo prima che nascesse e aveva fornito un antidoto che da grande parte della Sinistra italiana e del suo stesso partito (era anche lui, come me, in minoranza) fu ignorato. Non commettiamo lo stesso errore ed impegniamoci per cambiare da dentro il Partito democratico nel senso di un nuovo socialismo, di un coinvolgimento ampio delle masse, parola dimenticata.

Perché questo partito si sta dimostrando in grado di governare saldamente, di cambiare la Costituzione e la legge elettorale, condurre in porto ampie riforme per anni solo annunciate, certo, ma sta fallendo miseramente il suo mandato storico presso la società, quello di una vocazione maggioritaria, egemonica culturalmente e a livello di consenso (e non parlo di percentuali elettorali ma di senso di appartenenza) e di cambiamento non dell’assetto della società, ma della società stessa e di modelli economici, che la luce della storia dichiara ormai falliti e che ci porteranno a fondo con loro, come in un tragico mulinello, se non ne prenderemo presto le distanze.

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