La lezione di Bersani ai fuoriusciti: “La battaglia si fa dentro”

Pd
Alfredo D'Attorre (s) e Pierluigi Bersani in Aula della Camera durante il voto in seconda lettura sulle riforme costituzionali, Roma, 10 marzo 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Chiarissima intervista dell’ex segretario: chi esce sbaglia

Un classico della vicenda della sinistra: uscire o restare? E’ un dubbio amletico che viene da lontano, si è riproposto decine e decine di volte fino a questi ultimi giorni che hanno visto l’abbandono del Pd di parlamentari importanti come Alfredo D’Attorre, Carlo Galli e Vincenzo Folino, che assieme a Sel e ad altri che in questi mesi hanno lasciato il partito di Renzi (Fassina, Gregori, Mineo, ma non Pippo Civati) daranno vita domani ad una importante iniziativa al teatro Quirino a Roma.

Il tutto in vista della costituzione dei gruppi parlamentari post-Sel che si chiameranno senza false modestie “Sinistra italiana”. E più in là forse di un nuovo partito.

Ci si chiedeva nei giorni scorsi se altri parlamentari avessero seguito D’Attorre, esponente di stretta osservanza bersaniana. Oggi è arrivata indirettamente una risposta autorevolissima da parte di Pier Luigi Bersani. Che con parole chiare ha detto che, no, è sbagliato andar via. Fedele a una antica impostazione, Bersani ha spiegato che la battaglia si fa dentro. Si resta.

Dal suo punto di vista l’ex segretario è coerente: “Dare un profilo al partito è importantissimo – ha detto a Repubblica – lui (Renzi, ndr) pensa di rafforzarsi pescando un po’ qua un po’ là, per me è il contrario. Più sei senza identità, più sei contendibile”. Opinione discutibile (come si fa a dire che il “renzismo”sia senza identità?) ma quanto mai politica (appunto, è l’identità di Renzi che a Bersani non piace).

C’è dunque un confronto di idee, di profili, di identità – se si vuole dire così. Ma il tutto nel quadro del Pd. Messa in questo modo, anche i dissensi sulla legge di stabilità diventano occasione per una battaglia emendativa – come ieri aveva spiegato Speranza – testa cioè a migliorare una legge che, come dice sempre Bersani a Repubblica, “nell’insieme ha spunti interessanti”.

Potrebbero sembrare tutte cose ovvie. Ma non deve sfuggire un mutamento di toni – perché non dimentichiamoci che negli ultimi tempi erano volate parole pesanti – e forse l’instaurarsi di un clima diverso. Che non è falsamente unitario, anzi. Ma già escludere scissioni organizzate non è poco, in un partito sempre tormentato come il Pd.

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