La lezione del Boston Globe così poco applicata in Italia

Tiber
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Come racconta il film “Spotlight”, il giornalismo mette in crisi il potere (questa volta clericale). Ma da noi si fa ancora fatica a rompere le antiche abitudini

Ha fatto scalpore nelle ultime settimane l’uscita di un film, ‘Spotlight’, nel quale si racconta la celebre inchiesta del ‘Boston Globe’ sullo scandalo dei preti responsabili di abusi sessuali sui minori nella diocesi della grande città americana. L’inchiesta venne portata avanti fra il 2001 e il 2002, da quell’esperienza presero poi il via innumerevoli indagini giornalistiche dello stesso tenore, in primo luogo negli Stati Uniti, quindi il fenomeno si diffuse a macchia d’olio nei media anglosassoni poi in quelli di altre nazioni, in Europa e America Latina.

Quella del Boston Globe non era la prima inchiesta di questo tipo ad essere realizzata tuttavia per varie ragioni ha fatto scuola: Boston era infatti una città di fortissima presenza cattolica, la Chiesa godeva di un rispetto quasi assoluto nella comunità, molti fra politici, giudici, imprenditori e notabili in generale, erano cattolici e sulle prime stentarono a credere all’enormità delle accuse che coinvolgevano in prima persona il cardinale Bernard Francis Law (accusato di aver coperto lo scandalo) e a molti esponenti del clero. Tuttavia, quando anche nell’establishment cittadino ci si rese conto della gravità della situazione e sia le procure, sia l’opinione pubblica, alzarono la voce e cominciarono a pretendere la verità, la vicenda esplose in modo clamoroso e si trascinò con sé, come una valanga, migliaia di altri casi di simili in tutti gli Stati Uniti.

La vicenda del Boston Globe è dunque la storia ideale e un po’ idealizzata, in un’epoca in cui si cede facilmente a cinismo e rassegnazione, del giornalismo che mette in crisi il potere. Negli anni ’70 toccò al Watergate e a Richard Nixon, al film di Alan J. Pakula,“Tutti gli uomini del presidente”, che raccontò come in un thriller quel grande scandalo politico; in tempi recenti il soggetto è diventato la Chiesa e la sua pretesa di essere al di sopra della legge. E’ la storia di come le urla delle vittime furono soffocate con varie strategie: minacce, risarcimenti per comprarne il silenzio, protezione dei sacerdoti colpevoli, legami di potere. L’inchiesta del Boston Globe vinse anche il premio Pulitzer e divenne un libro di successo in cui si documenta la precisione dell’indagine senza cedimenti a un anticlericalismo un po’ declamatorio al quale siamo invece abituati.

Ma quella lezione, che ha sconvolto la vita della Chiesa, chiamato in causa almeno tre pontefici, messo in discussione la cultura del segreto delle gerarchie ecclesiastiche, aperto un dibattito tuttora irrisolto su come la Chiesa possa rispondere agli enormi problemi – oltre quelli giudiziari – posti dalla vicenda, non ha avuto un gran seguito in Italia.

Eppure l’attitudine delle vittime degli abusi ad uscire dall’ombra e dalla vergogna, è cambiata anche nel nostro Paese; alcune centinaia di casi sono emersi pubblicamente, processi si sono svolti, altri sono in corso e di fatto negli ultimi anni le cronache locali hanno dato notizia di un susseguirsi di casi sempre più gravi spesso venuti alla luce a causa di un intervento di carabinieri o polizia, non insomma per vaghe denunce anonime (ci si può fare un’idea del fenomeno per esempio attraverso il sito www.retelabso.org).

I giornali ne parlano in cronaca, ma solo in pochi casi si è assunto il problema come uno scandalo che riguarda anche l’Italia, la sua conferenza episcopale, il modo in cui si affronta o più facilmente non si affronta il problema. Non per aprire l’ennesima via giudiziaria al giornalismo, ma per raccontare, senza timori, una realtà che investe la vita pubblica di un Paese che con la Chiesa ha un rapporto decisamente unico e preferenziale.

Insomma nell’Italia in cui hanno sede il papato e il Vaticano, si fa fatica a rompere le antiche abitudini, a descrivere gli aspetti più drammatici di un fenomeno obiettivamente inquietante, e anche il tipo di scontro che si è aperto dentro la stessa Chiesa fra chi chiede trasparenza e chi indugia a trattenere antichi privilegi. Anche la recentissima testimonianza davvero senza precedenti di un cardinale della Curia romana, il ministro delle finanze vaticano, l’australiano George Pell, davanti a una Commissione d’indagine del suo Paese per ben quattro giorni, è stata relativamente sottovalutata dai media nostrani; e sì che il cardinale è stato sottoposto a un fuoco di fila di domande di prim’ordine circa le sue presunte responsabilità nell’aver favorito gli insabbiamenti del passato. Inoltre ha fatto scalpore il faccia a faccia con le vittime con le quali lo stesso Pell si è incontrato, uscendone provato. Non siamo abituati a questo confronto aperto e diretto, forse c’è anche questo, un limite per così dire culturale. Resta però la sensazione che troppo spesso un eccessivo ossequio per alcune eminenze, rischi di mettere in secondo piano anche quella ricerca della verità chiesta da ben due pontefici (Benedetto XVI e Francesco) e da non pochi esponenti di spicco della Chiesa universale, magari non quelli che pretendono di dire ai governi cosa fare o non fare.

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