La lezione che ci arriva da Filadelfia

Usa2016
epa05411243 Presumptive Democratic presidential nominee Hillary Clinton greets striking workers outside the closed Trump Taj Mahal in Atlantic City, New Jersey, USA, 06 July 2016.  EPA/DOMINICK REUTER

La scommessa dei democratici è unificare di nuovo la grande coalizione multicolore che ha sostenuto Obama nel 2008 e nel 2012. Ma Trump è un avversario tanto improbabile quanto temibile.

C’è una regola della politica americana abbastanza ferrea che dobbiamo sperare non venga smentita proprio quest’anno. Per avere il polso delle presidenziali, vedere come evolvono gli equilibri interni nei partiti, conoscere le stelle cadenti e gli astri in ascesa, avere il quadro finale della narrativa che i candidati useranno nei due mesi successivi, testare le loro abilità sceniche e l’ampiezza della coalizione che li sostiene bisogna aspettare le due convention estive.

Ma per capire chi ha più chance di vincere bisogna leggere i dati sull’economia e l’occupazione dei tre anni precedenti, insieme al tasso di approvazione del lavoro fatto dal presidente uscente. I fondamentali aiutano Hillary. L’ex giovane rivale è oggi il suo migliore alleato. Obama ha portato gli Stati Uniti fuori dalla più dura recessione che il paese abbia sperimentato dalla depressione del ’29. La sua figura e lo stile impeccabile della famiglia presidenziale gli danno oggi un consenso maggioritario nell’elettorato. L’endorsement per Hillary non poteva apparire più convinto e caloroso: «La donna infrangerà il tetto di cristallo […] grazie alla sua incredibile etica del lavoro. […] Non ci sono mai stati un uomo o una donna più qualificati, non io, non Bill, a servire come presidente degli Stati Uniti d’America …Bill, spero che non ti dispiaccia, dovevo dire la verità!»

Un’altra regola vuole che le convention dei due partiti spingano nei sondaggi i rispettivi candidati. Trump ha ottenuto più di quello che si poteva aspettare nelle primarie e dalla convention repubblicana, grazie a un linguaggio aggressivo e a metodi sporchi per attaccare gli avversari. Il differenziale con Hillary ha cominciato a ridursi pericolosamente dal 12 luglio e nei giorni della convention di Cleveland, seppure di poco, si era invertito. Ora sta nuovamente cambiando segno. La forbice sulla probabilità di vittoria, che è sempre rimasta a favore di Hillary per effetto della distribuzione territoriale dei voti, ha ripreso ad allargarsi ed è ora data dal sito diretto da Nate Silver, il più accreditato tra gli analisti, 54 a 46.

Le convention servono anche a rimarginare le ferite delle primarie e ricomporre le varie anime dei partiti. Che sia o no Putin il mandante, lo scandalo delle email anti-Bernie del l’establishment democratico è stato orchestrato esattamente con l’obiettivo di strappare irrimediabilmente in due la bandiera dei liberal. Ma anche grazie allo scandalo, Sanders ha ottenuto due obiettivi importanti spingendo Hillary a due mosse sei mesi fa impensabili, oggi indispensabili per far affluire i voti e le energie giovani aggregate da Bernie nel campo dei democratici: la promessa di una riforma dell’apparato iniziata con le dimissioni lampo della presidente del Democratic National Committee; un netto riallineamento dell’agenda della stessa Hillary. Che ora ripete pari pari alcune delle parole d’ordine dei millennials sandersiani: “Un’economia che funzioni per tutti …non solo per quelli che stanno in alto. […] Rette gratuite per il college ai giovani della classe media e liberazione per tutti dai debiti contratti per studiare. Tutte cose che si potranno finanziare facendo pagare un’equa fetta di tasse a Wall Street, alle corporation, ai superricchi”.

Ma la sua cifra e il timbro della campagna sono cucite addosso alla sua storia coerente di donna tosta, impegnata senza sosta per i diritti di minoranze, bambini, donne, disabili; di diplomatica capace di lavorare con partner internazionali, servizi di intelligence, militari; di erede diretta delle due stagioni più recenti nelle quali i democratici non hanno sfigurato nemmeno in economia (gli anni d’oro in cui era first lady e la faticosa fuoriuscita dalla crisi degli anni di Obama). The best change maker, nella frase mantra di Bill. Una che ha solidi valori liberali e la determinazione, la capacità di lavoro, per portare a casa i risultati.

Le premesse ci sono, il risultato è tutt’altro che certo. La scommessa dei democratici è unificare di nuovo la grande coalizione multicolore che ha sostenuto Obama nel 2008 e nel 2012, che punta sull’ottimismo e vola alto, mentre gli altri (TheDonald e i suoi fan) vanno sempre più in basso, per dirla con Michelle. Ma Trump è un avversario tanto improbabile quanto temibile. Sarebbe il più grande regalo dell’Occidente all’integralismo islamico e agli autocrati come Putin. Hillary la prova più esemplare della differenza tra le idee che l’Occidente ha faticosamente conquistato sulla libertà, la democrazia, l’ordine internazionale, l’uguaglianza e le loro. È una sfida che appassiona, che per certi aspetti inquieta, che ci riguarda tutti. Ne riparliamo sicuramente a settembre, quando questa rubrica riprenderà.

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