La lettera da Bruxelles

Economia
epa05103037 European Commission President Jean-Claude Juncker gestures as he speaks to the media during his first 2016 news conference on the agenda of the EU institutions at the European Commission in Brussels, Belgium, 15 January 2016. Juncker also came back on main topics of the EU's 2015 agenda.  EPA/OLIVIER HOSLET

Ecco cosa dice la lettera inviata dalla Commissione Europea al governo italiano

La lettera spedita all’Italia dalla Commissione Europea dice due cose:

1) L’Italia intende aumentare il deficit strutturale dello 0,4% del Pil (dal 1,2% al 1,6%). Ci chiedono come mai, visto che in maggio ci eravamo impegnati a ridurlo.

2) L’Italia dichiara che questo peggioramento del deficit strutturale è interamente dovuto a spese relative a eventi eccezionali (migranti e sisma) che, secondo le vigenti regole europee, sono escluse dal computo del deficit. La Commissione Europea ci chiede maggiori informazioni sul dettaglio di queste spese, per assicurarsi che corrispondano davvero a eventi eccezionali e non siano, invece, stratagemmi per spendere di più.

L’ Unione europea quindi non contesta la riduzione del deficit nominale, l’andamento del debito o le entrate una tantum. Contesta, in pratica, la mancata riduzione del deficit strutturale. Ma che cos’è questo benedetto deficit strutturale (o “corretto per il ciclo”)? È la differenza tra spese e entrate (=deficit) della pubblica amministrazione che avremmo se il Pil italiano fosse pari al potenziale (=corretto per il ciclo). E che cos’è il Pil potenziale? È il Pil che avremmo se i fattori produttivi (=capitale e lavoro) fossero pienamente utilizzati.

Evidentemente, il Pil spesso diverge da quello potenziale: spesso è inferiore (creando occupazione inferiore a quella “o ttimale”), a volte è superiore (quando i fattori produttivi sono sovrautilizzati, creando così inflazione). Nel primo caso, il deficit nominale automaticamente sale, perché un’attività economica più “debole”del potenziale riduce il gettito fiscale e aumenta la spesa sociale; nel secondo caso scende, per il motivo opposto. Poiché questi movimenti automatici del deficit –quando il Pil è diverso dal potenziale – “sporcano” la politica fiscale del governo (facendo apparire discrezionali movimenti del deficit che invece sono automatici), gli economisti hanno inventato il deficit strutturale: quello che ci sarebbe se il Pil fosse pari al potenziale, al netto quindi degli automatici effetti ciclici che non sono dovuti a comportamenti virtuosi o viziosi del governo, ma alle fisiologiche fluttuazioni dell’economia rispetto al suo potenziale.

Tutti questi condizionali (“avremmo, sarebbe”) ci ricordano che il Pil potenziale non si può vedere o misurare. Così come nessuno sa in quanto tempo potremmo percorrere i 100 metri se fossimo al top della forma. Possiamo solo osservare (e misurare) in quanto tempo effettivamente li percorriamo. Allora il Pil potenziale va stimato, sapendo –tra l’altro –che nessuna osservazione potrà mai expost confermarci la bontà di quella stima. Fino al 2002, c’era un metodo molto semplice: si prendeva, in pratica, la media del Pil degli ultimi anni. Ma così come la media delle ultime dieci volte che abbiamo corso i 100 metri nulla ci dice di cosa faremmo se fossimo al top della forma, allo stesso modo questa non è una buona misura del potenziale economico di un paese.

Così da circa 15 anni si usa un metodo molto più complesso. Questa complessità è la principale fonte del problema: trattandosi di tecnicismi parecchio spinti, questo tema viene sempre derubricato a perversione di alcuni zelanti accademici. In realtà, in questi orrendi tecnicismi si annida il principale problema della finanza pubblica europea. Vi sono due punti in particolare su cui l’attuale metodologia di calcolo del Pil potenziale è debole.  E, pertanto, inficia il calcolo del deficit strutturale.

1) Agli stati membri della UE è sempre richiesto di fare previsioni macroeconomiche per i successivi quattro anni. Per la sola stima del Pil potenziale, invece, ci si limita a due. Dopo il secondo anno, si assume che il Pil si avvicini per definizione a quello potenziale, anche se le condizioni macroeconomiche puntano verso un perpetuarsi della fase ciclica negativa. È come se dovessimo sgonfiare una gomma. In un caso apriamo la valvola e aspettiamo che si sgonfi; nell’altro, teniamo aperta la valvola dieci secondi e assumiamo che dall’undicesimo in poi la gomma è sgonfia. Fuor di metafora, con la (inspiegabile) riduzione dell’orizzonte di stima a due anni, automaticamente il Pil potenziale risulterà più vicino al Pil reale, e quindi l’aggiustamento fiscale richiesto allo stato membro sarà più esigente.

2) Per stimare il Pil potenziale, si utilizzano alcuni dei più complicati metodi di calcolo a disposizione dell’economia. Al ministero del Tesoro, però, hanno provato a variare leggermente qualche parametro (scegliendone uno più realistico), rimanendo all’interno dell’inter vallo ammissibile. Se la metodologia è robusta, dovrebbero saltar fuori più o meno gli stessi numeri. Invece il risultato cambia notevolmente. Solo con questi due piccoli cambiamenti (del tutto ragionevoli e realistici), la stima del Pil potenziale italiano cambia.

Tradotto in soldi, significa circa 9 miliardi di euro di correzione fiscale che al momento l’Europa chiede, ma che sarebbero invece ingiustificati. Otto miliardi è molto più di quanto spendiamo ogni anno per l’università (circa 7), e circa quanto serve per una buona riforma dell’Irpef. Questioni così complesse non si risolvono negli scontri tra opposte tifoserie, quella per l’”austerità”e quella della “crescita”. Si risolvono sapendo che un Paese come il nostro ha l’obbligo di rimediare a decenni di sfascio dei conti pubblici, ma anche che le regole fiscali sono una cosa troppo seria per non aspirare ad un grado di precisione e ottimalità che al momento sembrano mancare. Un p o’troppo.

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