La lettera-appello per il sostegno al reddito

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In Italia manca ancora una forma di garanzia minima del reddito analoga a quella degli altri paesi europei

L’Italia dovrebbe al più presto dotarsi di un welfare universalistico sul modello delle altre nazioni europee. Questo è il senso della lettera appello indirizzata al Governo di Matteo Renzi e sottoscritta da molti economisti e studiosi di università italiane, ma anche tedesche, francesi, olandesi, norvegesi, inglesi, belghe, greche.
Ugo Colombino, economista dell’università di Tornino e Giovanni Perazzoli, autore del libro “Contro la miseria. Viaggio nell’Europa del nuovo welfare” (Laterza 2014), hanno preso l’iniziativa di dare corpo e concretezza, con questa lettera appello,  a un punto di vista diffuso tra gli economisti e studiosi in Europa (e non solo in Europa), con l’auspicio che  la crisi avvicini  i paesi europei. Anche se molti passi in avanti certamente sono stati fatti, la strada dovrebbe essere quella di  più Europa e non meno Europa. Di seguito, l’appello:

“Manca tuttora in Italia una forma di sostegno del reddito, per persone in condizione di obiettiva povertà, comparabile a quelle esistenti in svariati paesi Europei: Arbeitlosgeld II in Germania, Revenu de solidarité active in Francia, Jobseeker allowance nel Regno Unito ecc.  Molti progressi sono stati comunque fatti per ridurre la distanza con il resto d’Europa. Sono da ricordare, in questo senso, molte iniziative locali, le proposte di legge di alcuni partiti politici, i lavori di diverse commissioni parlamentari e l’elaborazione di proposte di “think tank” come “Alleanza contro la povertà”, “LaVoce.info”, “Bin-Italia”. Piccole ma significative novità sono contenute nella Legge di Stabilità e nel disegno di legge sul  Sostegno per l’Inclusione Attiva (SIA).
E’ il momento per il Governo Italiano di dare finalmente un impulso nuovo a questo tema. È dal 1996, dai tempi della Commissione Onofri, che se ne discute senza agire; nel frattempo, però, molti cambiamenti sono avvenuti nel resto d’Europa determinando una situazione paradossale. Mentre in alcuni paesi si fa avanti un’ipotesi nuova e radicale (non priva di buone ragioni) come quella del Reddito di Base Incondizionato (esperimenti sono previsti in Olanda e Finlandia nel 2016), in Italia manca ancora una forma di garanzia minima del reddito analoga a quella degli altri paesi europei. Non si tratta di fare un rischioso salto nel vuoto, ma di accogliere nel nostro ordinamento qualcosa che è parte integrante da decenni del modello sociale europeo.
La ricerca suggerisce che l’universalismo del welfare riduce l’assistenzialismo ed accresce la partecipazione al lavoro. Non genera la negazione della civiltà del lavoro, ma il suo complemento. Un’obiezione ricorrente a tale proposta è che iil reddito minimo garantito possa incrementare il lavoro nero. L’obiezione va rovesciata. Nel resto d’Europa è proprio il reddito minimo garantito a costituire uno dei più solidi baluardi contro il lavoro nero. Inoltre – e questo è un aspetto centrale – proprio perché il reddito minimo garantito è un istituto di welfare universalistico non scoraggia la ricerca di un nuovo lavoro e diventa, di fatto, un moltiplicatore di incentivi e di opportunità. Lasciare l’assistenza, infatti, è più facile se si ha la certezza di ritrovarla all’occorrenza. Al contrario, i sussidi “a tempo” producono un incentivo negativo: le persone tendono a tenersi il sussidio (visto che è già un fatto, non revocabile e, in realtà, non sottoposto a controllo) e a lavorare in nero o a non lavorare del tutto, prima dell’estinzione del sussidio. I benefit universalistici sono meno distorcenti dei sussidi su base particolare. La nuova politica dovrebbe in prospettiva sostituire, almeno in parte, le attuali politiche di sostegno del reddito.
In Italia, certo, mancano dei centri per l’impiego come quelli che invece esistono in Francia, Germania, Gran Bretagna ecc. Ma questo è un punto che il Governo ha in agenda: e che va risolto comunque, indipendentemente dal reddito minimo garantito. Un paese sviluppato deve dotarsi di una rete efficiente di centri per l’impiego. Ma per farli funzionare davvero, deve anche istituire un welfare universalistico del lavoro, altrimenti la mediazione passerà sempre, di fatto, per altri attori.
Vi è un altro argomento che ci fa ritenere che il welfare universalistico accresca la disponibilità al lavoro, invece che scoraggiarla. Le comparazioni internazionali e l’evidenza sperimentale suggeriscono che il welfare universalistico riduce l’avversione al rischio e per questa via favorisce la riqualificazione professionale, la mobilità e l’iniziativa imprenditoriale.
Si dovrebbe inoltre evitare di ricorrere a formule edulcorate rispetto agli esempi europei già sperimentati, e quindi a forme di assistenza che si rivolgano solo alle famiglie in situazioni di estrema povertà. Resteremmo dentro l’assistenzialismo, ed è provato dalla ricerca che le famiglie in povertà, elette a godimento del sussidio, continueranno a restare povere proprio per godere del sussidio.
Il budget dell’Italia in protezione sociale è analogo a quello degli altri paesi europei. Ma l’Italia spende, come sappiamo, molto più degli altri paesi per le pensioni, senza avere però un sistema pensionistico migliore e più equo degli altri paesi. Sappiamo che questo sistema va ancora corretto. Ora, è chiaro, però, che non si potrà mai ricostruire un patto generazionale senza mettere sul piatto una riforma d’insieme. Nel dopoguerra l’Italia scartò l’ipotesi di introdurre un welfare universalistico del lavoro, un welfare che, invece, a partire dalla Gran Bretagna, veniva allora accolto in tutti i paesi europei. Tuttavia, la Costituzione italiana ha lasciato aperta, con l’art. 38, la possibilità di introdurre anche da noi il welfare universalistico disegnato da Beveridge. L’articolo primo della Costituzione non inibisce la possibilità di forme di garanzia di un reddito minimo, al contrario, la esalta: perché il welfare universalistico è più dinamico che non assistenzialistico.
Pensiamo che cambiare le cose su questo punto sia imprescindibile in un’agenda riformista e modernizzatrice. Comprendiamo le difficoltà, finanziarie e politiche, che occupano oggi il governo. Apprezziamo l’istituzione di un fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, previsto dalla Legge di Stabilità 2016, pur se il finanziamento e la popolazione interessata sono per ora molto limitati. Anche se al momento non fosse possibile fare di più, sarebbero importanti dichiarazioni politiche che indichino con forza e chiarezza la strada da percorrere : che non può essere quella vecchia e destinata a venire travolta dai fatti”.

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