La guerra nella testa. Cosa ho capito in questi 7 giorni in 10 punti

Terrorismo
le figaro

I tradizionali strumenti della politica appaiono inservibili. E dunque?

A sette giorni dalla notte di Parigi scrivo quello che credo di aver capito.

1. L’Occidente non sa cosa fare. Molte altre volte l’Occidente si è diviso sul da farsi, per non dire delle innumerevoli volte in cui ha litigato con se stesso. Ma credo che sia la prima volta in cui l’Occidente sia “unito” sul non avere la minima idea su cosa fare. Ne ha anche la percezione, di questa mancanza di idee, tanto è vero che non ha mai avuto tanta paura del Nemico come adesso. Quando si sa più o meno cosa fare si ha meno paura, perché c’è un barlume di luce. Questa  volta c’è il buio totale o quasi.

2. Con queste premesse, l’Occidente – stringendo l’obiettivo: l’Europa – tira su le tende e si barrica, mette un po’ di spaventapasseri davanti, con la famosa intelligence e molta polizia, e speriamo che Dio ce la mandi buona. Che questi pazzi piano piano vengano arrestati o uccisi. Che la situazione “lì” si stabilizzi in qualche modo.

3. A questo proposito, è possibile che mediante una complicatissima strategia politico-diplomatico-economico-militare si giunga ad una evoluzione in Siria, a una stabilizzazione in Iraq, persino all’inizio di un processo di unità nazionale in Libia. Ma è evidente che tutto questo, oggi, è scritto sulla sabbia, o poco più.

4. Perché il punto nuovo e tragico di questa vicenda è il completo inabissamento della tradizionale strumentazione politica. Sinora, quando c’era una crisi internazionale cosa succedeva? Si faceva una coalizione, o un’alleanza, si minacciava, si faceva diplomazia, si agitava la deterrenza. Qui non c’è guerra di posizione ma nemmeno guerra di movimento. Tutte categorie inutilizzabili. Sembra che la politica sia praticamente inabile a fronteggiare l’Isis. Almeno ora, nel breve periodo.

5. La Francia è stata commiserata e rapidamente isolata. Col passare dei giorni, all’enorme moto di solidarietà e persino di amore per Parigi, per tutto quello che rappresenta nell’animo di tutti noi, è subentrata come una certa insofferenza per un grande Paese che per due volte in dieci mesi si fa colpire a morte da gruppetti, per quanto organizzati bene ma gruppetti, di esaltati e mostra tanta fatica nell’acciuffarli. E la stessa figura di Hollande, attorno alla quale ci siamo tutti idealmente stretti, appare troppo debole rispetto all’enormità della situazione.

6. Non ho capito bene dove siano quegli Stati Uniti che nel 2001 chiesero, e ottennero, l’appoggio del mondo. Non ho capito bene se Obama – per me un grande uomo – con la testa sia già fuori dalla Casa Bianca. Non ho capito se gli americani, stavolta, pensino che le stragi di Parigi siano in fondo una roba degli europei, un “accidente” sulla strada maestra, per loro, delle presidenziali dell’anno prossimo. Ma non ho capito bene nemmeno dove sia Angela Merkel, sempre solerte nell’affidare i compiti agli altri ma questa volta evanescente come se fosse la leader non della Germania ma del Lichtenstein.

7. Non vedo in campo la famosa sinistra europea, e nemmeno quella italiana. Capisco la prudenza del governo Renzi, che ha un margine di iniziativa oggettivamente ristretto e il problema di non aizzare il terrorismo contro di noi, finora immuni dai boia, specie nell’imminenza del Giubileo. Per fortuna nei prossimi giorni il Pd organizzerà qualcosa nel Paese, cercherà il rapporto con i cittadini, così fa un grande partito nei momenti drammatici. Ma resta il fatto che l’analisi delle sinistra è anch’essa largamente al di sotto rispetto all’enormità dei fatti: chi è il nemico? Quale assetto del mondo si immagina?

8. E comunque meno male che il Paese è governato da forze responsabili. Con un brivido ho pensato se alla Farnesina ci fosse Di Battista, o agli Interni Brunetta, o a palazzo Chigi Salvini. Il dibattito che c’è stato alla camera lunedì scorso non è stato granché e personalmente ritengo abbastanza grave che non ci siano state le condizioni per un documento comune votato all’unanimità.

9. Gli intellettuali europei hanno ripreso la parola e in questi giorni hanno scritto di tutto. Questo è un bene in sé, malgrado tante sciocchezze che inevitabilmente si scrivono e si leggono. L’informazione italiana mi pare stia facendo il suo dovere, al netto delle follie dei titoli di Libero. Ci sono stati anche grandi momenti di informazione (indicherei il servizio dall’Iraq di Corrado Formigli per Piazzapulita come esemplare). Il rischio semmai è un overdose di parole. Di immagini. Ma meglio l'”eccesso” di informazione che l’autocensura.

10. Non siamo in guerra, tecnicamente. Lo siamo nelle nostre teste.

 

Questo credo di aver capito in questi lunghissimi sette giorni.

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