La guerra di ogni giorno

Terrorismo
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Guardo il mondo, quindici anni dopo l’11 settembre e mi sembra che buona parte del disegno di destabilizzazione dell’Occidente sia andato avanti e si stia realizzando

Ricordo perfettamente l’undici settembre. Ero in una riunione della giunta del comune di Roma. Un mio collaboratore portò un dispaccio Ansa nel quale si parlava di un aereo che si era abbattuto sulle torri gemelle. Era il primo. Sospendemmo i lavori e ci spostammo nel mio ufficio per seguire gli eventi. Lì vivemmo, in diretta tv, l’impatto del secondo apparecchio, poi l’attacco al Pentagono, lì vedemmo crollare le torri. Ci interrogavamo, davvero attoniti, sul senso di un attacco che sembrava poter essere l’ultimo.

Durante il secondo conflitto mondiale i giapponesi avevano attaccato a Pearl Harbour, non avevano certo pensato di arrivare a minacciare la Casa Bianca o di colpire New York. Il nuovo millennio cominciava così. Chi è stato al memorial del Ground Zero ha rivissuto quei momenti, attraverso le voci registrate, nelle segreterie telefoniche dei familiari, dalle persone intrappolate nelle torri, attraverso la visione degli oggetti delle vittime e dei soccorritori.

Per organizzare quell’attacco Al Qaeda aveva allestito una macchina eccezionale, aveva mandato i suoi uomini a imparare a guidare un aereo, ne aveva scelti diciannove pronti a morire nell’azione, aveva preso il controllo, per dirottarli, di quattro apparecchi . Una struttura impressionante per capacità di pianificazione ed organizzazione. Dopo quell’attacco, che sembrava il preludio alla guerra totale ci furono alcuni altri episodi drammatici, come gli attentati del 2005 ai treni di Madrid e di Londra. Ma, in verità, l’organizzazione di Bin Laden si inabissò, fino alla fine del suo leader.

Mi sono sempre chiesto perché una struttura capace di organizzare l’attacco dell’undici settembre, quasi tremila morti, poi si limitasse ad offensive sporadiche e limitate. Una domanda a cui non ho ancora risposta. Però guardo il mondo, quindici anni dopo, e mi sembra che, in fondo, buona parte del disegno di destabilizzazione dell’Occidente sia andato avanti e, purtroppo, stia realizzandosi.

Nel 2008 il mondo è entrato in una spaventosa recessione, dalla quale non è ancora uscito. La principale costruzione del Novecento, l’unione di paesi che in Europa si erano bombardati, è entrata in una crisi gravissima, di cui il voto inglese è la più evidente, ma non esclusiva, manifestazione. Il fondamentalismo islamico ha preso mille strade, si è fatto Stato, il califfato, e ha armato la mano di mille attentati che gettano nel terrore la popolazione di ogni angolo del mondo.

Non serve più la potenza organizzativa capace di dirottare gli aerei, basta la follia omicida di un singolo che distrugge la vita di decine di persone, che strazia bambini innocenti. Ci siamo dimenticati, nel labirinto dell’orrore nel quale ormai viviamo, la vicenda, accaduta in contemporanea con l’inizio degli europei, di quell’assassino che ha sgozzato un poliziotto francese, poi è salito in casa per uccidere la moglie, poliziotta anch’essa, e si è ripreso su Facebook mentre si mostrava pensoso del destino da riservare al figlio della coppia che dormiva. Un singolo, un coltello. Un singolo, un camion.

L’Isis invita ad una forma di guerra ovunque, di guerra di chiunque. Offre il suo marchio, come un franchising, a chi abbia ragioni religiose, politiche, sociali, personali per scagliare la sua rabbia contro innocenti, preferibilmente inermi. La guerra facile che semina terrore, che fa sentire tutti, in ogni momento e in ogni luogo, vittime potenziali. La guerra di ogni giorno che rende l’opinione pubblica frustrata e impaurita, bisognosa di protezione e disposta a reazioni emo tive.

In fondo al Qaeda voleva proprio questo, quando ha progettato di abbattere i simboli, architettonici e politici, di un mondo libero e sviluppato. Voleva vederci divisi, impauriti, voleva metterci gli uni contro gli altri. Voleva che l’America impazzisse e che l’Europa si disintegrasse e per questo attaccò Spagna e Gran Bretagna. Voleva fossimo più poveri e incapaci di convivere con ogni diversità.

Se tutto questo accadesse davvero a vincere non sarebbe stato l’assassino di Nizza, ma gli strateghi dell’undici settembre, i profeti del crollo dell’occidente, gli integralisti.

C’è un effetto indotto, e riconoscibile, della strategia dei fondamentalisti. Far prevalere, nel nostro mondo impaurito, ogni forma di esasperazione, di rissosità, di populismo, di intolleranza. Far crollare ragione e speranza, far prevalere rabbia a e paura. Agli integralisti credo non dispiacerebbe che gli stati Uniti fossero governati da idee folli o che l’Europa si disgregasse sotto i colpi di destre xenofobe o di populismi antieuropei. Nessuno meglio dei nostri avversari conosce quel detto , “tanto peggio, tanto meglio”, che è il contrario della vita.

Un’ultima cosa. La nostra coscienza sta perdendo il senso del tempo. Ormai ogni giorno ci porta un evento che cancella quello delle ventiquattrore precedenti. Negli ultimi quindici giorni abbiamo conosciuto l’orrore di Dacca, il conflitto razziale con i morti di Dallas, la tragedia dei treni in Puglia, la notte di Nizza, il fallito golpe sanguinoso in Turchia. Eventi diversi, vissuti con punte sconvolgenti di emozione, corredati dalle inevitabili immagini efferate, ma poi dimenticati, rimossi, non razionalizzati. Le cose accadono ma non abbiamo il tempo per capirle e per cercare le risposte giuste. Ci viene concesso giusto il tempo per la rassegnazione, la fuga, la rabbia. Proprio quello che gli strateghi del terrore sognano per il nostro domani. È il pensiero la nostra arma. Non l’isteria. È la politica che potrà vincere, se mostrerà la sua intelligenza strategica, questa guerra di ogni giorno. Non la rabbia, non l’isteria. La ragione, sorella della speranza.

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