La grandezza di Obama

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Al di là dei tanti elementi simbolici per cui Obama è spesso citato, il presidente che oggi si prepara a lasciare la Sala Ovale sarà ricordato come uno dei maggiori dell’America contemporanea per ciò che ha fatto

Quando, otto anni fa, eravamo alla vigilia delle elezioni presidenziali americane, il mondo si era appena infilato in quella che appariva la più grande crisi economica mai vista. I paragoni con la Grande Depressione del 1929 erano all’ordine del giorno, le immagini degli impiegati della Lehman Brothers che raccoglievano negli scatoloni di cartone le loro cose e quelle della maggiore banca d’affari del mondo che falliva lasciandosi alle spalle centinaia di miliardi di debito riempivano gli schermi in ogni parte del mondo, la bolla immobiliare era esplosa portandosi dietro risparmiatori e banche.

In quei giorni Barack Obama vinceva le elezioni battendo il repubblicano McCain. Prendeva quel pesante fardello sulle spalle. L’elezione aveva certo mille aspetti e significati simbolici: il primo afroamericano alla Casa Bianca, un presidente giovane, un uomo colto e insieme legato al popolo e alla sua comunità, un oratore brillante (i suoi discorsi verranno ancora studiati tra cinquant’anni) e insieme capace di usare i new media e i social che proprio in quegli anni conoscevano uno straordinario sviluppo.

Ma, al di là anche di tutti questi elementi simbolici, il presidente che oggi si prepara a lasciare la Sala Ovale sarà ricordato come uno dei maggiori dell’America contemporanea. Otto anni dopo possiamo dire che la crisi è stata affrontata, che non c’è stato il bis del 1929, che qualcosa di molto simile al new deal rooseweltiano ha permesso agli Stati Uniti di ripartire e di creare 15 milioni di posti di lavoro.

Credo che – anche con i nostri occhi di italiani – i due mandati di Barack Obama siano da ricordare come una fase difficile e straordinaria per quel Paese e, come succede sempre con gli Usa, per il mondo. Come si fa in queste occasioni bisognerà comprendere quale è la legacy, l’eredità, che il presidente lascia a chi entrerà al suo posto ala Casa Bianca.

Obama lo ha fatto in un suo lungo scritto tracciando le cose fatte ma anche i problemi inediti davanti ai quali ci troviamo. L’accento cade su alcune grandi questioni: le disuguaglianze, le paure irrazionali, le risposte strutturali da dare ai problemi economici, il grande tema dell’ambiente e della riduzione delle emissioni.

Su ciascuno di questi punti il presidente segnala con grande realismo le preoccupazioni ma anche i passi in avanti compiuti. I passi avanti sono straordinari, le contraddizioni enormi. Mi hanno colpito un paio di cifre: da una parte la riduzione della povertà passata in un venticinquennio (non stiamo parlando di cento anni fa ma della fine della presidenza di Ronald Reagan a oggi) dal 40 per cento al 10 per cento.

Se questo segna un diminuire delle diseguaglianze è lo stesso Obama a segnalare che invece per altri versi vi è un aumento delle ricchezze nelle mani di élite economiche sempre più lontane dagli altri strati della popolazione. Il capo di un’ azienda – annota il presidente – in passato condivideva con almeno una parte dei suoi dipendenti qualcosa (la scuola per i figli, la chiesa dove si andava a pregare o le organizzazioni civiche a cui si apparteneva) e il divario del guadagno era di 25-30 volte, oggi quei legami sono spezzati e i grandi manager guadagnano 250 volte il salario medio dei loro dipendenti.

Perché questi numeri mi hanno colpito? Perché Obama ha una percezione forte del peso delle diseguaglianze all’origine della grande incertezza che avvolge gli Stati Uniti. Una incertezza non legata a condizioni specifiche di crisi – perché, se dovessimo stare alle statistiche, diremmo, come fa il presidente, che mai come in questi anni i ceti più poveri negli Usa hanno fatto passi in avanti in termini di redditi e di servizi – ma a qualcosa di più radicale e profondo.

E qui viene un altro corno del ragionamento. Otto anni fa a correre per la Casa Bianca c’erano Barack Obama e Hillary Clinton per i democratici, John McCain e Mitt Romney per i repubblicani. Candidati con storie e spessori diversi ma tutti interni alla storia del bipartitismo americano. Gli estremisti dei “Tea Party” non riuscivano a esprimere candidati, persino un politico navigato come Rudolph Giuliani (per anni sindaco di New York) fu bocciato per aver tentato una campagna troppo aggressiva. Oggi arriviamo al voto dopo primarie molto difficili segnate dall’emergere di candidati non tradizionali.

Non lo è Sanders, un socialista che sta bene nella tradizione liberal dei democratici ma che ne rappresenta una sola faccia, non lo è affatto Donald Trump che sembra la caricatura estrema degli elementi ultraliberisti e aggressivi della tradizione repubblicana . Obama sa bene che è qui il punto più dolente. Trump è il candidato delle paure e il presidente afroamericano ricorda ai suoi cittadini come l’emergere delle paure sia un dato ricorrente nella storia degli Usa.

Elenca i momenti e i movimenti che nel corso degli ultimi due secoli e mezzo hanno agitato la coscienza sporca di questo Paese. Mette in luce che se oggi sono gli islamici a essere indicati come estranei alla cultura americana un tempo lo siano stati i cattolici (quando a migrare erano italiani e irlandesi). Gli otto anni di Barack Obama sono stati costruiti sul tentativo di affrontare la crisi, ridurre le differenze e le diseguaglianze.

Un grande lavoro non ancora concluso come dimostrano gli incidenti razziali dei mesi scorsi e questa campagna elettorale giocata da una parte proprio sulle paure. Sappiamo che proprio su questo si gioca la sfida stavolta radicale sul futuro degli Stati Uniti, che come al solito è un pezzo grande del futuro di tutto il globo. Obama ha espresso, governando, il meglio della tradizione democratica. Quella che va da Roosevelt a Kennedy . La guida di una comunità illuminata dai valori di una cultura di giustizia sociale, di diritti, di pari opportunità. Quello che per me è la sinistra.

Sinistra è un insieme di valori, non un’autocertificazione. Quando, dopo il 1989, alcuni di noi richiamavano la cultura democratica come la più moderna delle possibili ispirazioni anche per la sinistra europea molti storcevano il naso pensando che l’orizzonte delle possibilità si concludesse con l’e sp erienza consolidata della socialdemocrazia europ ea. Oggi, vent’anni dopo, si deve constatare purtroppo la crisi di quel modello, che a metà degli anni Novanta, sembrava ormai egemone in Europa.

Oggi di quei partiti quasi nessuno è rimasto al governo del proprio paese. Alcuni, i laburisti inglesi, si sono smarriti inseguendo il passato e altri, gli spagnoli, si sono persi inseguendo omologazioni nuoviste. La crisi dei partiti socialisti sta diventando uno degli elementi decisivi di questo secondo decennio del nuovo secolo. La sinistra tradizionale non sembra capace di cogliere la drammaticità della condizione sociale esistente, la disperazione derivante dalla precarietà dei ruoli e delle prospettive individuali, lo smarrimento identitario seguito alla globalizzazione.

La società è attraversata da un’onda di sgomento, rabbia e paura che gli strumenti culturali tradizionali del novecento faticano a interpretare. Voglio ribadire oggi come facevo ieri: per me l’esperienza di guida politica e ideale di Barack Obama e della migliore tradizione democratica resta il riferimento più certo, più moderno e, anche, più di sinistra che oggi si possa immaginare. E speriamo, per il bene del mondo, che Hillary Clinton possa continuare e innovare questa ispirazione, prima donna della storia nell’ufficio ovale della Casa Bianca

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